La chiamavano “Gavetta”

Chi non si è mai trovato ad essere l’ultimo arrivato? Il “Bocia” cui viene fatto fare di tutto? Il sottomesso al sistema e il “Novellino” che non sa mai nulla?
Immaginati la scena: entri in ufficio la mattina e tutti ti guardano con amorevole pietà rivolgendoti le attenzioni che si dedicherebbero ad un trasandato cucciolo di cane randagio, ti avvicini allo sgradevole lavoro di spedizione, francobollaggio e archiviazione che ti hanno lasciato ma nononostante ciò tu sorridi sapendo che in cuor tuo stai provando odio per tutti. Entrambi sappiamo che sopravvivi a quel terribile senso di inadeguatezza con la speranza che prima o poi ti arriverà lavorolo stipendio sul conto bancario e che un giorno remoto assumeranno qualcun altro che ti leverà dai riflettori e, allora, potrai avere anche tu una sottospecie di dignità tra i tuoi colleghi. Speri in un futuro meno patetico dove forse, alzandoti la mattina, la voglia di andare a lavorare sostituirà l’attuale depressione traumatica che provi ogni qual volta zittisci la sveglia, consapevole del fatto che ti aspetta una giornata pietosa in cui ti faranno eseguire tutti quei lavori meccanici e noiosi che nessun altro ha mai il desiderio di fare, così che semplicemente dovrai sorridere con la speranza che un tubo dell’acqua esploda dal soffitto e che faccia bagnare tutti i presenti circondati dalle loro “Urgenti Pratiche” mentre tu stai rinchiuso in un piccolo sgabuzzino polveroso sentendoti tremendamente schiavizzato e inutile al mondo. Pregherai che l’ora di chiusura arrivi presto tra starnuti e vecchie fatture dell’archivio da riordinare in ordine alfabetico per ogni anno di competenza e in ordine cronologico per soggetto e non farai altro che chiederti del perchè tu stia eseguendo quel lavoro.1411754819__0014_corporate-hell2-600x335
E allora mi chiedo che senso ha tutto questo? Perchè devo essere trattata come una tonta e devo sentirmi rimproverare tutto con voce grossa?
Stamattina, entrando in ufficio ho sperato di poter svolgere tranquilla il mio lavoro ma, dopo aver varcato il portone, ho sentito pronunciare il mio nome da tutti i colleghi mentre per arrivare al mio ufficio passavo davanti ai loro e istintivamente ho pensato a mia madre. Mi sono sentita a casa, chiusa nella mia camera ad ascoltare i richiami di mia madre che puntualmente ogni volta mi ordina cosa fare e le scadenze in cui eseguire gli ordini pronunciando milioni di volte nome e cognome per poi puntualizzare un “Hai Capito?” a fine discorso. Così ho preso un lungo respiro, ho levato la giacca e sorridendo ho fatto il turno delle richieste dei colleghi con il sorriso “stampato in faccia” in uno stato d’animo a cavallo tra divertito e stanco.
Così pensando ho iniziato a ridere nel mio buio e polveroso stanzino e per la prima volta mi sono sentita serena perché ho capito che basta prenderla con un pizzico di felicità la vita e tutto sembra meno grigio, se mi limito ad eseguire annuendo in silenzio mi saleleccaculo lavoro schiavo un terribile crimine e il desiderio di uccidere tutti mi assale ma se respiro un po’ di più e se mi lascio scappare qualche verità detta anche solo per ridere la mia giornata passa con molta più serenità. Quindi mi domando, se io devo essere fustigata e maltrattata ma posso sorridere e vivere bene la mia giornata chi sta sopra di me che soddisfazione ha nel non vedermi penare?

E voi Novellini alla lettura, come vi sentite svegliandovi alla mattina? Perseguitati dai fantasmi della mamma che vi ordina di pulire o del capo che borbotta in speranza di un bacio sul fondoschiena?

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