Intervista ad Alessandro Lercara

19225451_328629784217298_6386688659203843493_nAlessandro Lercara nato a Moncalieri in provincia di Torino nel 1977, diplomatosi in fotografia oggi è libero professionista. Dopo una brave presentazione si rende subito disponibile alle mie domande ed io non posso fare a meno di scoprire tutto quello che posso sulla sua vita e sulla sua professione. Ci tiene subito a precisare che la sua non sia una passione innata come tanti gli chiedono o che pensano dovrebbe essere, il suo interesse è nato nel tempo. Provenendo da un piccolo paesino di forse 4’000 abitanti mi dice che è cresciuto senza strane idee per la testa, in una famiglia giovane con una mamma fioraia che gli ha trasmesso la sua vena artistica tant’è che inizialmente Alessandro ha studiato un anno al liceo artistico di Torino ma, per quanto gli piacesse l’arte, non è riuscito a trovarsi bene in quell’ambiente per lui troppo distante e astratto. Si è sentito trasportare in un mondo che non gli apparteneva con compagni di classe un po’ troppo fuori dai suoi schemi abituali e ha deciso così di ritirarsi e prendersi una pausa dagli studi per capire meglio cosa volesse dalla vita. Ha lavorato per un anno in un’azienda di decorazioni senza starsene con le mani in mano ma, al momento della riassunzione, ha declinato l’offerta ed è tornato tra i banchi di scuola con le idee più convinte di prima, si è iscritto al biennio dell’istituto tecnico di Torino che si diceva fosse tra i più difficili da sostenere. Qui sorge spontanea la sua battuta “Se l’artistico era troppo artistico, il problema poi fu che il tecnico era troppo tecnico.” ma senza farsi scoraggiare dalle difficoltà ha portato a termine i suoi studi senza rallentamenti rendendo orgoglioso il padre preoccupato che il figlio potesse non farcela. Ha continuato poi con un triennio in fotografia per 20287169_344407152639561_8153258188675966341_oallontanarsi da quella tecnicità che non gli apparteneva di natura arrivando finalmente all’agognato diploma che si era prefissato come obbiettivo da dover raggiungere, un pezzo di carta da portare a casa che gli sarebbe certamente servito in un domani. Iscrittosi a scuola per diventare “perito in arti grafiche e fotografiche” per provare, anche lì ha trovato le sue difficoltà: così come al liceo artistico c’erano compagni di classe che prendevano una matita ed erano capaci di fare un bellissimo ritratto in pochi minuti, anche qui i compagni di classe erano capaci di fare ottime fotografie grazie alle loro doti innate. Ricorda le sue prime esperienze, mi racconta della volta in cui i professori chiesero di portare le proprie fotografie per capire il livello di preparazione degli studenti e lui ne porto tre, una foto di un albero fiorito che scattò vicino a casa visto che si dicesse che Moncalieri fosse il paese dei ciliegi, una foto della casa proveniente dallo stesso rullino con l’albero fiorito sullo sfondo e infine la foto di un tramonto con lama compatta di sua mamma. Osservando le foto portate dai compagni capisce di non avere speranze e pensa di aver iniziato un altro percorso a vicolo chiuso ma non si arrende e continua con altri incarichi. Ricorda le prime due foto fatte a scuola, il compito prevedeva un oggetto bianco su sfondo nero e uno nero su sfondo bianco quindi lui sceglie una VHS senza etichette o adesivi ed un piatto in ceramica bianco con un fiore 28379749_419865255093750_6016682518660178338_ndisegnato, le fotografie non escono esattamente come dovrebbero e lo sconforto prende il sopravvento ma comunque non si arrende e continua a studiare duramente. Un giorno casualmente nella piazza dove la sera era solito prendere il pullman per tornare a casa nota due fotografi professionisti che avevano montato il loro set, si avvicina e parlando con loro riesce ad instaurare un rapporto che gli permette di seguirli come assistente.
Finiti poi finalmente i tre anni di specializzazione ha fatto subito il militare per togliersi il peso, ultimato questo incarico era desideroso di iscriversi all’università presso la facoltà di comunicazione ma, invece che terminare le pratiche burocratiche per ufficializzare il suo status di studente, viene contattato dall’agenzia fotografica “LaPresse” che gli offre un posto di lavoro. Accettando il nuovo incarico Alessandro ha modo di maturare al meglio la sua professione, apprende le tecniche di diversi ambiti fotografici come la fotogiornalistica, la foto sportiva e anche quella industriale in cinque anni di lavoro. Segue aziende leader nel settore e pubblica su riviste e quotidiani nazionali le sue immagini arrivando nel 2001 a conseguire la tessera da giornalista.
Nel 2005 comincia a lavorare come free-lance lasciando il suo precedente lavoro e prosegue il suo percorso collaborando con importanti agenzie del territorio e prestigiose aziende nazionali, si mantiene con le sue sole forze lavorando duramente per andare avanti. Ed è così che ha inizio la storia di Alessandro Lercara, fotografo dalla passione nata nel tempo; un uomo che mette se stesso in quello che fa ma che ha imparato a tenere le proprie emozioni al sicuro dal suo lavoro, la definisce una professione come tante altre che deriva da qualcosa che lo ha scelto e che lui stesso ha scelto.
Restando ammaliata dal suo racconto fatico a mettere insieme i miei pensieri, sono totalmente ammirata ma non sono soddisfatta: voglio sapere di più.
Fotografo sempre più specializzato nell’industriale che adora e vorrebbe far conoscere meglio dalle persone che lo seguono, nel tempo ha realizzato anche una serie di progetti artistici personali che si basano sulla ricerca creativa e su una tecnica originale che lo contraddistingue e che gli ha permesso di ottenere importanti risultati come una menzione da parte dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti Tau Visual o la realizzazione di una mostra itinerante per il Piemonte dal titolo “Echi da Auschwitz.”.
Mi svela di adorare i progetti che ha realizzato perché si è sempre sentito una persona attenta al sociale, per questo ha anche realizzato campagne pubblicitarie per associazioni senza fini di lucro quali la Cifa Onlus che si occupa di adozione, tutela dell’infanzia e sostegno ai bambini in difficoltà. In generale afferma che gli piacciono le cose e gli spazi da poter descrivere con un’immagine, i luoghi che raccontano della vita che accolgono anche se sono vuoti come accade per il progetto “Intervalli di tempo”.Intervalli-di-Tempo-1.jpgIntervalli-di-Tempo-5.jpgIntervalli-di-Tempo-14Intervalli-di-Tempo-8

Parlando dei suoi progetti mi dice infatti che tutte le immagini che ne fanno parte sono rappresentazioni di storie e di pensieri in movimento, fotografie che cercano di non cadere nelle solite retoriche dei libri di scuola ma che cercano di accogliere più sensi possibili al loro interno: un bisogno di mostrare ciò che si prova senza dover dire nulla, una necessità di non dimenticare un vissuto. Entrando nel dettaglio di “Echi da Aushwitz” Alessandro ha voluto ricordare a se stesso quella che ha definito una ‘bassezza umana’ attraverso il panorama mosso dagli echi delle persone che hanno vissuto una delle peggiori tragedie del mondo, ha voluto catturare le grida e gli urli dei caduti che gli hanno sussurrato per tutto il tempo della sua esperienza di memoria in quei luoghi deserti ma pieni di energia. Un’esperienza che non riuscirà a dimenticare, forse per il freddo o per la sua solitudine sul posto, ma che è riuscito a raccontare dalla sua prospettiva emozionale sottolineando l’importanza del rispetto che si dovrebbe avere per certi contenuti. Grazie alla collaborazione della giornalista Barbara Odetto, che ha fatto il viaggio insieme a lui, è stato poi possibile riuscire a realizzare una mostra di tali fotografie per poter sensibilizzare le persone a certe situazioni evitando nuove ingiustizie, ad ogni fotografia di Alessandro la giornalista ha scritto una frase di memoria.Echi-da-Auschwitz-1-e1469008121837Echi-da-Auschwitz-2-e1469008140458Echi-da-Auschwitz-4-e1469008164107
Per quanto riguarda invece il suo progetto “Tattoo” ha cercato di mostrare qualcosa di diverso perché ha messo a nudo le esperienze dei soggetti fotografati in ambiti di vissuto quotidiani essendo i tatuaggi qualcosa che accompagnano il presente e cambiano col mutare della persona che li indossa, non nel significato ma nella forma. Ogni tatuaggio ha una sua storia da raccontare, proprio come chi lo ha scelto perché ogni vita regala ciò che Alessandro definisce dei “picchi emozionali” che segnano in profondità le persone attraverso il loro ago invisibile, incidono il loro disegno sotto pelle bruciando al punto da far piangere di dolore o di felicità. Proprio grazie a queste emozioni è possibile decidere di rendere visibile quelle immagini o meno, decidere di mostrare ad altri ciò che si è provato. I protagonisti del progetto, messi a nudo e osservati da un occhio discreto che guarda e non giudica, sono in un luogo intimo e si spogliano fisicamente e metaforicamente per svelare se stessi nell’intimità del momento.

Tattoo-20

Diventa evidente come per Alessandro la fotografia sia un potente strumento comunicativo che non pretende comprensione ma che l’ambisce solamente, sarebbe bello trasmettere le emozioni che lui stesso prova catturando le immagini a chi le osserva ma si accontenta di ‘muovere corde’ dentro alle persone grazie al suo punto di vista. Non a tutti possono piacere le stesse fotografie, non possono far provare a tutti le stesse sensazioni e certamente non tutti possono essere interessati agli stessi contenuti ma più persone si ricordano di ciò che hanno visto nelle fotografie di Alessandro più lui può sentirsi soddisfatto di aver comunicato qualcosa che gli appartiene.
Giunti alla fine dell’intervista, alla luce di tutte le parole dette, mi dice che per lui tutto ha importanza: le persone, i luoghi e le esperienze che si fanno e che non si fanno lasciano qualcosa che ci fa diventare le persone che siamo oggi e quelle che diventeremo.
Ammaliata provo a farmi svelare anche qualcosa sui suoi progetti futuri ma preferisce non sbilanciarsi e io accetto la sua riservatezza perché tutto sommato ognuno sceglie come esprimersi e Alessandro Lercara ha deciso di farlo con le fotografie invece che con le parole e penso ci sia riuscito alla grande.

Per scoprire di più basta visitare il sito di Alessandro Lercara

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