Scusa Papà

Casa, 23/11/2009

Raggio di Sole,

Mi sento pronta a darti una spiegazione.

Quel venerdì d’inverno mi aveva promesso che la mia vita sarebbe finita; in un modo o nell’altro avrebbe deciso come farmela pagare.

Era diventata un’abitudine la sua, ogni notte rientrava completamente ubriaco e finiva vomitando ovunque in giro per la casa. Ogni volta io facevo finta di dormire nella mia stanza, in realtà lo aspettavo sveglia cercando di non piangere, di non rimproverarmi perché non era colpa mia. Non riuscivo più a mentire a me stessa, ero convinta avesse ragione. Lui non sapeva che io lo aspettavo, se lo avesse saputo, si sarebbe arrabbiato con me. Speravo che si decidesse a smettere.
Tutto sembrava una tortura, per me e per lui.
Nel silenzio della notte ho sentito la porta di casa aprirsi e dei passi incerti muoversi sulle mattonelle del piano inferiore. Ho capito che le condizioni erano gravi quando l’ho sentito cadere a terra tentando di salire le scale per potersi buttare sul letto.
Anche quella volta era tornato vivo, per quanto si potesse esserlo ridotti in quello stato.
Ho atteso qualche minuto con le orecchie tese per ascoltare ogni suo piccolo movimento fino a che il suo respiro è diventato regolare e i suoi lamenti di dolore sono cessati per il sonno. Solo dopo essere stata certa che non si sarebbe mosso ho trovato pace addormentandomi anch’io.
Quella sera non è venuto in camera mia.
Era mattina presto quando mi sono svegliata di colpo nel mio letto, sapevo che prima di andare a scuola avrei dovuto pulire il suo vomito, raramente faceva in tempo ad arrivare al gabinetto. Ho raccolto in silenzio e ho fatto una doccia fredda come se l’acqua riuscisse a lavare via anche tutte le mie frustrazioni, tutte le mie paure e tutti i brutti pensieri che mio padre mi portava ogni notte. Stare sotto il getto di acqua gelida era come se il freddo che sentivo dentro il cuore trovasse pace in un corpo vivo altrettanto freddo.
Ero arrabbiata.
Anche se non gli interessava della mia costante preoccupazione, lo avrei perdonato ugualmente.
Io gli perdonavo tutto. Non avevo amici, avevo solo mio padre e non potevo permettermi nient’altro. Nessuna distrazione, nessuno svago. Nulla. Se avessi sbagliato qualcosa, sarebbe andato tutto in rovina. Lui voleva solo bere.
Puoi trovare di meglio da fare che badare a me, non ho bisogno di te!”
Non riuscivo più a resistere così. Presto non sarei riuscita più a badare a entrambi.
Essere me era qualcosa di orribile, milioni di volte avevo pensato a come farla finita definitivamente, avevo progettato tutto nei minimi dettagli ma non potevo suicidarmi, non potevo abbandonare mio padre e ogni volta mi punivo fisicamente per averci anche solo pensato. Ero arrivata al punto che non riuscivo più a trovare una parte del corpo da martoriare, ognuna aveva un segno rosso, un livido violaceo o una cicatrice che mi rendeva ancora più sbagliata di quanto già non fossi. Non distinguevo nemmeno più quelli che mi ero procurata da sola da quelli che mi aveva fatto lui, in fondo, a me andava bene così. Lui era tutto ciò che mi era rimasto della mia famiglia e cosa avrei potuto fare se non amarlo? Lui mi voleva bene, lo sapevo. Lo speravo.
Dopo scuola sono andata al lavoro obbedendo in silenzio a chi si rivolgeva a me con rabbia per darmi ordini. Anche lì venivo trattata male e più di una volta era capitato che qualcuno avesse tentato di abusare di me, ero arrivata a credere di dover essere davvero una brutta persona perché tutti si comportassero così, dovevo aver fatto qualcosa di tremendo da meritare tutto quell’odio e tutto quel risentimento.
Non parlavo mai con nessuno, mi limitavo a fare in silenzio ogni cosa che mi era chiesta. Avevo quasi dimenticato il suono della mia voce ma, non mi importava affatto, papà la odiava e se avessi smesso di usarla, avrei trovato forse un modo per renderlo fiero di me.
Sono tornata con la massima calma, sapevo che in ogni caso sarei stata sola, non avrei trovato nessuno sulla soglia della porta ad aspettare il mio rientro sorridendo, nessuno si sarebbe interessato alla mia giornata e nessuno mi avrebbe stretto forte tra le braccia. Fino a notte sarei rimasta sveglia attendendo l’unico uomo che sapevo di amare, ero abituata a dormire solo poche ore, non sentivo più il peso della stanchezza addosso.
Ero a letto quando è tornato, era mattina. Ha salito le scale lentamente e una volta in cima, invece che dirigersi in camera sua, è venuto nella mia. Quella sera non mi ha risparmiato, è entrato e l’ho guardato spaventata.
«Fai schifo, non meriti di vivere al posto suo.» Ha urlato con voce impastata dall’alcol.
Mi ha dato qualche pugno alla pancia, mi ha afferrato e mi ha scosso con violenza facendomi cadere dal letto. Mi ha osservato con disgusto mentre i miei occhi si riempivano di lacrime.
«Ti odio, ti odio, ti odio.» Ha ripetuto tra un calcio e l’altro.
Istintivamente mi sono raggomitolata.
Quella sera era più arrabbiato e ubriaco del solito, non lo avevo mai visto così. Avere paura di lui non mi aiutava perché più io tentavo di difendermi, più lui aumentava la forza dicendo che era tutta colpa mia.
Ho sentito il labbro rompersi dopo un suo colpo ma questo non l’ha fatto smettere.
«È solo colpa tua!» Ha detto.
Dopo molto tempo e tanto dolore si è alzato, è andato in bagno a vomitare poi se n’è andato.
Sentivo male in ogni parte del mio corpo ma aveva ragione lui, me la meritavo quella punizione.
Riuscivo ancora a ricordare i tuoi meravigliosi occhi verdi nei miei e il suono del mio nome pronunciato dalle tue labbra un attimo prima dell’impatto.
Ancora sdraiata a terra, ho sentito le forze abbandonarmi dopo tutte quelle botte ricevute, la testa pulsante si è alleggerita come se fosse stata riempita d’aria. Un lontano ronzio mi pungeva le orecchie e lentamente il mio sguardo si è oscurato impedendomi di continuare a guardare la porta dalla quale era uscito. Il pavimento duro e freddo mi è sembrato diventasse caldo e morbido e tutto è diventato più semplice.
Con l’ultimo respiro che mi era rimasto in corpo ho sussurrato: «Scusa papà.»
Ho chiuso gli occhi e ho rivisto quel magnifico viso che mi trasmetteva amore, ho sentito due forti braccia stringermi al petto e mi sono sentita felice. Dopo anni che non sorridevo più ho sorriso perché sapevo che finalmente era tutto finito. Potevo tornare da te, nessuno ci avrebbe più diviso.

Si mamma, quel venerdì d’inverno, mi aveva promesso che la mia vita sarebbe finita; era un uomo di parola, come farmela pagare lo aveva deciso.

Sto arrivando.

La tua Bambina.

Storia presentata ad un vecchio concorso scolastico promosso da Domenico Dara, disponibile anche alla lettura su Wattpad ed EFP – Fanfiction

Condividi l’articolo su Facebook o Twitter per farlo conoscere a tutti i tuoi amici e ricordati di seguirmi qui sul Blog e sulla Pagina Facebook per restare sempre aggiornato! 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...