Lacrime congelate di rabbia e dolore

Sentii il sonno abbandonare lentamente il mio corpo e decisi di alzarmi per osservare un nuovo giorno farsi largo nella mia vita. I raggi del sole, ormai alti in cielo, passavano attraverso le fessure della finestra illuminando l’intera stanza, il colore verde delle pareti illuminava di luce riflessa i bianchi mobili che ornavano la camera e il tepore dei termosifoni contrastava il freddo invernale proveniente da fuori. Tirai i muscoli indolenziti dal riposo e mi alzai dal mio giaciglio caldo per dirigermi in salotto dove il mio telefono non smetteva di squillare.
Sbadigliai sonoramente afferrando l’apparecchio elettrico. 
«Pronto?» 
«Signor Miller, sono la segretaria del Dottor Adams.» Disse una voce metallizzata e leggermente distorta al mio orecchio.
Sospirai infastidito. 
«Mi dica.» 
«Mi scuso del disturbo ma il Dottore ha insistito tanto perché io le ricordassi del vostro appuntamento di oggi.» Spiegò la donna.
Alzai le spalle e mi grattai la nuca cercando un nesso logico all’informazione appena ricevuta. 
«Ok.»
La donna sghignazzò compiaciuta contro il microfono. 
«La prego di mantenere fede ai suoi impegni, per una ragione a me sconosciuta,il Signor Adams tiene molto ai suoi pazienti e in particolar modo a lei, Michael.»
Annuii rassegnato. 
«Arrivederci e grazie per la telefonata.» Salutai.
La donna, con un ultimo saluto, chiuse la telefonata ed io tornai in camera.Aprii le finestre per cambiare l’aria della stanza e appoggiandomi alla ringhiera accesi una sigaretta. Aspirai silenzioso qualche tiro gustandomi la veduta di New York e rimasi immobile ad ascoltare il caos inghiottirmi.
Chiusi gli occhi lasciandomi cullare dal vento e sentii la grande città parlare: prestando attenzione ai rumori, si poteva ancora sentire il lieve rantolare del barbone che cercava di dormire nell’angolo del quartiere più celato alle intemperie e la musica elettronica del Pub-Blic risuonare nell’aria, indisturbato.
Sorrisi debolmente all’immensità che mi circondava e, aspirando un’altra boccata di fumo, me ne sentii nuovamente il padrone, come uno Sceicco dinanzi ai suoi possedimenti terrieri, mi sentii libero e fragile nel medesimo istante.
Ripensai a quando Luke, sdraiato sul tetto, mi ripeteva che un giorno avremmo visitato il mondo insieme, che mi avrebbe fatto vedere anche la Luna se solo glielo avessi chiesto.

«Ti prometto che un giorno viaggeremo, io e te insieme. Mi prenderò cura di te,perché è questo che fanno le persone che si amano, ti farò conoscere le meraviglie del mondo, anche se più meraviglioso del mio ragazzo non c’è niente.Ti farò sorridere quando starai male, ti asciugherò le lacrime quando piangerai e non ti lascerò mai, per nessun motivo o ragione che esista su questa terra.»

Eravamo inseparabili quasi come un filo ed il suo aquilone a volare alto in cielo, pronti a cambiare il mondo insieme immaginando che niente sarebbe stato capace di distruggere un legame così solido ma sbagliavamo a crederlo.
Sospirai profondamente e una lacrima mi rigò il volto.
Avrei forse dovuto dimenticare tutto per provare ad andare avanti, accantonare il dolore e smettere d’incolparmi pensando che avrei potuto cambiare le cose, eppure ogni qualvolta chiudevo gli occhi, un ricordo prendeva il sopravvento e il suono della sua voce riusciva a cullarmi i pensieri.
Come avrei potuto rinunciare a lui e a tutto quello che aveva fatto per me? Era come se avessi dovuto rinunciare al sole avendo paura del buio.
Un’altra lacrima scese e mi sentii un bambino con un ginocchio sbucciato.
Non avrei più fatto entrare nessuno nel mio cuore solo per vederlo sparire di colpo, non un’altra volta. Sarebbe stato più semplice sopravvivere,dimenticando la felicità e avvolgendomi d’illusioni che sapevo non si sarebbero mai realizzate.
Con echi lontani di vecchie voci a tenermi compagnia, attesi la risposta a una domanda che da troppo tempo ponevo a me stesso. Il tempo non aveva più importanza, non vi era nulla ad attendermi alla fine della strada, solo un cumulo di ricordi che il Dott. Adams voleva portarmi via.

«Non dovresti fumare, sai?» Domandò retorico Luke destandomi dai pensieri.
Alzai le spalle sorridendo al suo rimprovero.
«Perché, scusa?» Chiesi curioso conoscendo già la sua risposta.
«Perché ti uccide.»
Lo guardai negli occhi intensamente cercando di non rimanere ammaliato dal suo sguardo e aspirai un altro tiro.
«Sbagli, è l’amore a uccidermi.»
Lui tossì infastidito dall’odore e si avvicinò lentamente a me.
«L’amore non ti fa diventare i polmoni neri.» Costatò posando lo sguardo triste sulla città sottostante.
Sospirai.
«Hai ragione, ma l’amore mi ha fatto diventare nero il cuore.» Sussurrai passandogli il dorso della mano sulla schiena nuda.
Lui rabbrividì alle verità nascoste nella mia affermazione e si voltò.
«Dimentichi solo che siamo in due ad affogare in mare nel petrolio.»
Aspirai ancora fumo dalla sigaretta e lasciai cadere il mozzicone di là della ringhiera.
Chiusi gli occhi che mi si riempirono di lacrime e incastrai Luke tra le mie braccia.
«Ho paura.» Ammisi sospirando.
Lui trattenne il respiro ed io posai la mia fronte sulla sua sentendomi tremare le ginocchia.
«Ho paura di essermi innamorato veramente e tutti sanno che, con l’amore, le cose belle diventano fragili fino a distruggersi.» 
Una lacrima mi bagnò il volto al ricordo di quante volte mi ero rotto.
Lui posò una mano sul mio viso, mi asciugò un paio di lacrime e sorrise.
«Io sarò lo scudo che t’impedirà di distruggerti.» Proclamò.
Annuii e lo baciai intensamente, come se fosse l’unica cosa capace di tenerci in vita. Diedi lui un bacio timido e dolce allo stesso tempo, un bacio delicato, premuroso ed energico. Un bacio al gusto di dentifricio alla vaniglia e tabacco tostato che sarebbe rimasto congelato in due battiti cardiaci accelerati e respiri lenti per sempre.

Mi strinsi nella felpa per combattere il freddo pungente della stagione invernale ed entrai in bar per mangiare qualcosa con i capelli ancora umidi dalla doccia. 
Il locale era semivuoto, alcune ragazze sedute accanto alla vetrata pettegolavano probabilmente di uomini conosciuti a qualche festa, Camille sistemava i tavoli cercando di rendere il posto più accogliente di quanto già non fosse, un anziano signore seduto all’angolo del bancone leggeva il giornale sportivo imprecando sottovoce e una coppia di ragazzi seduti in disparte discuteva. 
«Mike, finalmente sveglio eh!» Salutò Thomas dal retro del bancone.
Sorrisi fintamente e ricambiai il saluto con un cenno del capo.
Posò il canovaccio sul ripiano con un movimento automatico per darci una veloce pulita.
«Mentre aspetti che ti porto?» 
Alzai le spalle facendolo sorridere. 
«Il solito caffè andrà bene.» 
Lui annuì e si voltò verso la macchinetta.
Lavorare in quel posto mi mancava: i turni doppi, i lunghi colloqui con i clienti e gli sguardi severi di Camille erano una parte integrante della mia vita e metterli da parte era stato complicato ma, dopo l’accaduto, mi ero preso una pausa da tutto e Thomas si era rivelato molto bravo nel suo lavoro, portarglielo via mi sarebbe dispiaciuto. Dopo il mio licenziamento avrei dovuto cercare un nuovo lavoro per evitare di perdere l’appartamento perché i miei risparmi si erano completamente prosciugati in pochi mesi, Cam sarebbe sempre stata disposta a riprendermi nel bar ma non volevo più chiedergli aiuto. 
Tom mi posò la tazzina di caffè davanti ed io mescolai distratto il cucchiaio senza distogliere lo sguardo dalla strada, avrei dovuto cercare uno svincolo finanziario per poter fronteggiare a tutte quelle spese ma non ero ancora pronto. Analizzai con cura tutte le variabili possibili mentre continuavo a muovere il cucchiaino nel caffè ormai freddato e sospirai pesantemente; presto sarei dovuto andare nello studio del Dott. Adams e sapevo già sarebbe stata una perdita di tempo. 
Sospirai nuovamente pensando che nulla sarebbe mai potuto tornare al proprio posto nella mia vita e ingoiai disgustato il contenuto della tazzina con la quale stavo scaricando il mio stress represso da tempo. 
Presi un lungo respiro per riprendere l’autocontrollo.
«Ammettilo che si sente la mia mancanza in questo posto.» Dissi ironico a Camille che lavava disinvolta tazzine sporche di cappuccino e caffè.
Rise divertita. 
«Non immagini quanto.» Rispose alzando le spalle. «Mancate molto entrambi a queste mura.» Aggiunse con voce triste.
Annuii incapace di aggiungere altro e chinai il capo.

Sentivo il suo sguardo pungermi la schiena mentre mi cimentavo con i lavori di chiusura del locale; non capivo il motivo per il quale dovesse guardarmi così intensamente sorridendo. Con quello sguardo che ti scruta dentro e quel sorriso così magnifico che pensai potesse migliorarmi la vita fino al mio ultimo respiro.
Passarono vari minuti ed io tentavo di ripetermi che avrei dovuto mandarlo via prima che Camille si arrabbiasse ma rimasi immobile a terminare i miei doveri osservando l’uomo che amavo lanciarmi occhiate fugaci.
«Ti hanno mai detto che l’amore è una malattia?» Domandò Cam avvicinandosi al mio orecchio.
La guardai stranito cercando una logica alle sue parole.
«N-no.» Balbettai confuso.
«È come il morbillo, non sai mai quando arriva e non puoi fare nulla per opporti, devi aspettare che si sfoghi e poi, forse, un giorno passerà.» Spiegò.
Annuii.
«E se non dovesse passare?» Chiesi spostando lo sguardo su Luke che attendeva ancora che finissi il turno.
Lei sospirò.
«Puoi imparare a conviverci o morire, in entrambe le ipotesi, il tuo fisico si arrende ad esso e smette di bruciare.»
Guardai Cam con occhi tristi e lei mi accarezzò una guancia.
«Ragazzo mio, va da lui e cerca un antidoto per sopravvivere, il vostro amore vi sta corrodendo ed io ti voglio bene come un figlio quindi non posso stare a guardare mentre soffri.» Sussurrò lei con voce premurosa.
Mi stupii delle sue affermazioni.
«Ma come..»
«..ho capito che ami il ragazzo che ti aspetta seduto all’angolo?» Terminò lei al mio posto.
Annuii ancora.
«Dai vostri sguardi carichi di passione e tenerezza. È come se il mondo esplodesse attorno a voi ogni volta che vi sorridete. Non si può non notare quanto vi amate.» Ammise.

«Un bicchiere d’acqua con le bolle ed una brioche vuota ipocalorica.» Disse sgarbata una donna bionda al mio fianco prima di osservarmi con superiorità. 
La osservai atono, le sorrisi educatamente voltandomi poi verso Cam e mi spostai dal bancone di qualche passo per fare posto alla ragazza.«Arrivano subito, se vuole può accomodarsi.» Disse Thomas cordiale.
La donna prese il telefono dalla sua borsa griffata per ostentare la sua ricchezza e per osservare l’ora dal display del suo cellulare ultimo modello. 
«No grazie, vado di fretta quindi, se non le dispiace..» Incalzò con voce fastidiosa.
Guardai Tom quasi divertito, lui posò la brioche su un piattino e, alzando le spalle con disgusto, si voltò verso il frigorifero per soddisfare le richieste del cliente. Ero certo che avrebbe potuto servire chiunque ad occhi chiusi, preparando in pochi istanti le commande ricevute. La pratica, per essere un bravo barista, era essenziale per svolgere un lavoro efficiente.  
Una volta consumata l’ordinazione, la bioinda pagò tutto e uscì dal bar silenziosa come se sentisse il bisogno di purificarsi dalla mediocrità del locale in cui aveva consumato una brioche ipocalorica.
Improvvisamente fui rapito dalla conversazione della coppia che discuteva al tavolino in fondo al bar, una giovane donna dai capelli ramati e la pelle chiara inveiva contro con un ragazzo biondo poco più grande di lei. Li scrutai attentamente ascoltando la loro conversazione come un bambino viene attratto dalla vetrina piena di giocattoli del negozio sotto casa.
«Cosa vorresti che ti dicessi?» Chiese lei retorica con gli occhi pieni di lacrime. «Che sono felice che il mio ragazzo abbia intenzione di trasferirsi a Londra?» Continuò alzando il tono di voce di qualche ottava.
Lui abbassò lo sguardo.
«Sì e vorrei che mi dicessi che vuoi venire con me come progettavamo da bambini.» Esordì incastrando lo sguardo con quello dell’amata.
Lei scosse la testa esasperata facendo ricadere i suoi morbidi capelli ricci sulle spalle e lui le afferrò le mani che lei, però, ritirò subito.
Un nodo allo stomaco si formò inaspettatamente cogliendomi impreparato, i miei occhi fissi sulla scena che stava accadendo poco distante me, si riempirono di ricordi e nostalgia mentre osservavano rapiti la discussione.
Lui osservò le sue mani aperte e vuote sul tavolo. 
«Di cosa hai paura?» Domandò confuso alzando leggermente le spalle.
La ragazza spostò lo sguardo sulla strada al di fuori del locale infastidita dalla domanda.
«Io non ho paura di nulla, tu mi stai abbandonando.» Riassunse brevemente sbuffando.
Colto da un momento di rabbia, il ragazzo biondo sbatté forte le mani sul tavolino facendo vibrare i bicchieri ormai vuoti sul ripiano. 
«Non capisci che farei di tutto per stare con te?» Le urlò con violenza facendo ricadere su di sé molti sguardi curiosi. 
Quella frase mi perforò le orecchie riportandomi al passato ed il dolore si impossessò del mio corpo facendomi fremere.
La ragazza dai capelli ramati, colta alla sprovvista, si abbandonò ad un pianto silenzioso. «So che lo faresti ma non lo hai fatto quando hai deciso di partire.» Soffiò con il cuore in frantumi. «Mi chiedi di venire via con te ma non posso farlo, non con mio padre che sta affrontando il cancro da solo, non con mia sorella ed i suoi studi e non con la mia vita che è appena iniziata.» Aggiunse con voce rotta dal dolore. «Sapevi che non avrei mai abbandonato la mia famiglia proprio nel momento in cui necessitavano il mio aiuto più che mai.» Finì afferrando la sua borsa pronta ad andare via.
Lui le afferrò un polso. 
«Allora giurami che il nostro amore non finirà anche se io sarò via, perché non posso concepire una vita senza di te.» Supplicò lui con voce tremante. 
La ragazza trattenne un singhiozzo e abbassò lo sguardo. 
«Non posso farlo, tu hai già deciso e la vita ti sta aspettando qualche passo più avanti rispetto a dove sei ora tu.» Disse sciogliendo il contatto. «Mi mancherai ma so che tu sarai felice perché starai seguendo i tuoi sogni.» Aggiunse lasciandogli un leggero bacio all’angolo della bocca. Si asciugò veloce le lacrime dal viso. «Ti penserò.» Soffiò lei allontanandosi dal suo ormai ex ragazzo.
Una lacrima inumidì la guancia di lui e, lasciando una banconota sul tavolo, corse fuori dal locale per inseguirla. 
«Ti amerò per sempre Baby Doll.» Urlò nella direzione in cui la donna era scappata.
Ebbi l’istinto di uscire e corrergli incontro, lo avrei supplicato di tornare indietro e lo avrei convinto ad andare a cercare la sua ragazza impedendogli di lasciarla andare per una banalità del genere, eppure rimasi fermo immobile con la lettera di Luke stretta tra le mani all’interno della tasca della felpa, le lacrime negli occhi e una tazzina vuota di caffè a ricordarmi di quanto anch’io mi sentissi vuoto. Per quanto avessi provato a credere che le cose non erano reali, per quanto avessi ripetuto all’infinito che non fosse colpa mia e per quanto avessi provato ad andare oltre, avevo solo mentito a me stesso. Mi ero rifugiato per troppo tempo dietro alla paura di essere la causa di tutto e non avevo capito che l’unico a farmi del male ero io stesso. 
Chiusi gli occhi e presi un lungo respiro per cercare di frenare i battiti del cuore.
«Mikey tutto bene?» Chiese Thomas posando una mano sulla mia spalla.
Scossi la testa e lui mi tirò a sé per un abbraccio. Mi strinsi al suo corpo caldo concedendomi un pianto quasi liberatorio tra le macchie di caffè del suo grembiule e l’odore di colonia del dopobarba.
I minuti passarono lenti e inesorabili tra le carezze dolci di Tom sulla mia schiena e i pensieri a ripetermi che ero stato uno stupido, un perfetto idiota.
«Giuro che non ti lascio andare fino a quando non sarò sicuro che tu stia bene.» Soffiò lui al mio orecchio.
Sorrisi per quel gesto d’affetto e mi asciugai il viso con il dorso della mano.
Thomas mi prese il viso tra le mani fermando l’ultima lacrima con il pollice. 
«Quando sarai pronto, io sarò disposto ad ascoltarti, te l’ho già detto.» Sussurrò con il cuore in mano. «Ti voglio bene.» Aggiunse posandomi un bacio sulla fronte.
Chiusi gli occhi ed ispirai profondamente. 
«Lo so.»
Mi allontanai dal mio amico e lasciai lui una banconota sul bancone per pagare il caffè. Mi avvicinai alla porta e, prima di uscire dal bar, sorrisi ringraziandolo.
Fuori la temperatura era scesa e il vento si stava portando con sé grandi nuvole grigie a coprire il sole

Sorrisi voltandomi di nuovo verso il cielo ghermito di stelle e attesi che Luke continuasse la sua storia.
«..dopo aver perso tutti i loro averi, i quattro commercianti si misero a litigare e decisero di provare a riavere la merce rubata a modo loro. Chi andò verso ovest, chi verso est; ogni uomo verso un punto cardinale differente per dimostrare che gli altri avessero torto..»
Osservai rapito le stelle alte e luminose nella notte immaginando accuratamente ogni piccolo dettaglio della storia che mi stava raccontando Lù quasi come se avessi una pellicola davanti ai miei occhi che proiettasse quella buffa successione di avvenimenti.
Mi lasciai sopraffare dalla melodia della sua voce rabbrividendo silenziosamente dal freddo pungente di metà primavera.
«..trovò un carretto piccolino pieno d’oro e poté tornare a casa a cibare i figli. Degli altri tre uomini più nulla si seppe e voci narrano siano morti sopraffatti dai loro stessi peccati. Fu così che nacquero le costellazioni del Grande e del Piccolo Carro, con un pensiero caritatevole tra tanti altri avari.»
Rimasi immobile ad osservare le due figure sovrastarmi e chiusi gli occhi.
«È una storia bellissima sai?» Sentenziai voltandomi verso il suo viso.
Luke sorrise.
«Me la raccontò mio nonno quand’ero ancora un bambino e mi disse che se l’avessi raccontata sdraiato su di un prato sotto il cielo stellato, la ragazza cui l’avrei dedicata si sarebbe innamorata di me.»
Lui si voltò verso di me ed i nostri occhi s’incrociarono facendomi rabbrividire un’ altra volta.
Più il tempo trascorreva e più mi rendevo conto che ogni fibra del mio corpo bramava un contatto con quello di Luke, e non m’importava più che lui fosse un ragazzo e che sarebbe stato “contro natura”, stare al suo fianco era la mia personale pace dei sensi, l’elisir della felicità, la fontana della giovinezza.
«Perché allora l’hai raccontata a me?» Domandai in un flebile sussurro carico di paure.
Luke non rispose, si limitò a sorridere avvicinandosi  verso di me costringendo i nostri nasi a sfiorarsi senza toccarsi veramente.
Rimasi immobile trattenendo il fiato.
«L’ho raccontata a te, in questa nostra notte sotto le stelle, perché vorrei fossi tu quella ragazza pronta ad amarmi.» Rispose avvicinandosi di qualche millimetro al mio viso.
Alzai un sopracciglio confuso.
«Io non sono una ragazza.»
«Lo so.»
Senza darmi tempo di reagire le sue labbra si posarono sulle mie per la prima volta e fu come trovarsi nel centro dell’universo sotto a una spessa coltre di aria densa. Il tempo si arrestò improvvisamente impedendo al mio cuore di battere mentre Luke tentava di prendesi cura di me.
Il bacio finì facendomi rabbrividire per l’ennesima volta ma non trovai il coraggio di aprire gli occhi per scoprire che era stato solo un sogno.
Quando sentii Luke alzarsi dal mio fianco mi decisi a fare qualcosa. Mi voltai rapido verso di lui immaginando volesse andarsene ma, quando lo vidi prendere una coperta dallo zaino, mi calmai.
Spiegò il plaid sui nostri corpi e si accoccolò al mio fianco sorridendo.
«Ora, forse, la smetterai di battere i denti per il freddo e potrai baciarmi un’altra volta.»
Sorrisi timido mentre le guance s’imporporavano per la vergogna.
Con le braccia di Lù strette attorno al mio corpo e il suo viso posato sul mio petto, capii che tutto sarebbe cambiato e ogni cosa sarebbe stata difficile ma fino a quando avrei potuto perdermi nel cielo stellato racchiuso nelle iridi di Luke tutto sarebbe passato.

Camminai lento cercando di non pensare a nulla, il freddo preannunciava neve entro sera così anche la prima nevicata di stagione sarebbe arrivata silenziosa ed inattesa come negli anni precedenti. Nelle tasche il tintinnio delle chiavi ed il fruscio della carta della lettera ritmavano passo dopo passo la mia marcia inarrestabile.
Passeggiai senza meta lasciando che il tempo fluisse via.
Arrivai al parco senza rendermene conto; mi addentrai tra i viali coperti dai pini immaginandomeli coperti di neve e addobbati di luci per indicare ai turisti il luogo esatto in cui i mercatini di Natale prendevano vita.
Inaspettatamente urtai la spalla a un passante. Mi voltai per domandargli scusa ma quando guardai la persona cui si trovava davanti a me, rimasi perplesso.
«Ciao Michael.» Salutò questi sorpreso quanto me.
Sorrisi.
«Ciao Jack.»
Abbracciai istintivamente quel vecchio amico mentre lui sussurrava ricambiando la stretta: «È passato troppo tempo dal nostro ultimo incontro.»
Annuii sciogliendo il contatto e, chinandomi per salutare i piccoli Oscar e Spike, provai un forte senso di nostalgia.
«Sono cresciute le piccole belve.» Costatai accarezzando i due cani di Jack.
Lui sorrise e annuì.
«Sono passati forse due anni dall’ultima volta che li hai visti, sono diventati grandi.»
Mi alzai per osservare il viso del mio amico, era cambiato. I lineamenti da ragazzino erano spariti e un uomo si era impossessato di lui, la barba incolta, i capelli in ordine e le spalle larghe mostravano il tempo trascorso ed infine la voce rauca era come una ciliegina sulla torta ad incorniciare il quadro perfetto dei cambiamenti. 
Sospirai incapace di aggiungere altro.
Il silenzio calò attorno a noi e l’imbarazzo prese il sopravvento.
«Come stai? L’ultima volta che abbiamo parlato Luke..»
«Tutto bene.» Risposi prima che terminasse la frase. «Tu sei riuscito a terminare gli studi di economia?»
Annuì soddisfatto.
«Lavoro in borsa adesso e sono felice perché era quello che sognavo. Sono un paio di mesi che convivo con Rebecca e penso che presto le chiederò di sposarmi, tutto sta andando bene, sono felice.» Disse facendo brillare gli occhi.
«Te lo meriti.» Sussurrai.
«Se ci sposassimo, vorrei tu venissi al matrimonio. Luke era il mio migliore amico, gli volevo molto bene e ne volevo tanto anche a te, vorrei che anche tu potessi trovare la tua felicità.»
Abbassai il capo ed osservai Oscar e Spike.
«Mike, la colpa non è tua.» 
Osservai l’ora sul telefono ignorando le parole di Jack.
«Si è fatto tardi ed io devo andare adesso, perdonami.» Proclamai fingendo un sorriso.
«È stato un piacere rivederti.» 
Annuii e mi allontanai di qualche passo.
«Michael aspetta.» Urlò Jack correndomi incontro. «Ti prego chiamami, vorrei poter riallacciare i rapporti, se ci siamo visti deve pur esserci una ragione.» Aggiunse porgendomi un bigliettino da visita.
«Lo farò, un giorno.»
Mi voltai di nuovo e m’incamminai verso lo studio del Dott. Adams.

«Ho paura di essere lasciato solo, ho paura di essere ferito, ho paura dell’amore, ho paura del buio, ho paura dei cambiamenti, ho paura delle bugie, ho paura del mio passato e ho paura delle persone.» Dissi tutto d’un fiato. «Ho paura di tutto.» Precisai.
Luke mi guardò spiazzato e rimase in silenzio incapace di trovare le giuste parole da dire.
Mi avvicinai a lui prendendo un lungo respiro e lo guardai. 
«Io ho paura di tutto ma non di te.» Soffiai sfiorando le sue braccia con i polpastrelli. «É come se tu fossi la cura a ogni mia cosa sbagliata.»
Lù sorrise, mi strinse tra le braccia e mi baciò. 
«È proprio per questo che credo di amarti.» Ammise mettendo a tacere tutte le mie paure.
Lui si allontanò di pochi centimetri dal mio viso per guardarmi meglio come se si aspettasse da un momento all’altro che mi mettessi a ridere.
«Credo di amarti perché mai in vita mia sono stato così felice di avere qualcuno con cui litigare e fare la pace.» Spiegò iniziando a giocare con un filo della mia maglietta. «Credo di amarti perché sei in ogni cosa che faccio e che dico, credo di amarti perché sei il mio migliore amico, credo d’amarti perché dopo aver conosciuto ogni piccola cosa di me non te ne sei mai andato.»
Sbattei più volte le palpebre per combattere il pizzicare delle lacrime che si stavano formando nei miei occhi e sorrisi timidamente.
Luke si strinse a me in’altra volta e posò le labbra sulla mia fronte lasciandovi un leggero bacio umido.
«Credo di amarti perché so che prima o poi te ne andrai perché sarai stanco dei miei continui sbalzi d’umore.» Farfugliò con voce seria.
Scossi la testa.
«Ti sbagli se credi che ti lascerò, lasciare te significherebbe lasciare me stesso e questo non posso farlo.» Assicurai.
Lui sorrise.
«Voglio fare l’amore con te.» Ammise in un sussurro.
Senza aggiungere parola lo baciai e lentamente lo spogliai. Avevo paura di commettere qualche errore, di fare qualcosa di sbagliato o dire qualcosa d’inopportuno in quel momento così perfetto.
Per la prima volta ci amammo, lentamente e con dolore dell’inesperienza.
Ci ferimmo l’un l’altro e ci accudimmo con carezze e baci per lenire le pene perché quello che stavamo facendo andava oltre all’immaginabile; i nostri corpi caldi e nudi a scoprirsi per la prima volta in una danza fatta di paure e passioni forti e scalpitanti. Un vortice d’amore che ci portò fino in paradiso e poi di nuovo all’inferno senza nessuna sosta per riprendere aria.
Ci marchiammo l’un l’altro di segni violacei e di graffi rosei quasi come a voler mostrare l’appartenenza di entrambi, riempimmo la stanza da letto di Luke dei nostri sospiri e dei gemiti trattenuti e restammo in silenzio per un’infinità di tempo lasciando che a parlare fossero solo i nostri occhi fissi in quelli dell’altro. Ogni piccolo gesto curato di minuziosa delicatezza ci portò all’apice del nostro amore reciproco mostrandoci una nuova porta della nostra relazione.
Dopo aver fatto l’amore, rimanemmo stretti sul letto temendo che se ci fossimo staccati quello che avevamo appena compiuto sarebbe svanito nel nulla.
«A che cosa pensi?» Domandò Luke con voce roca.
Scossi la testa per sminuire la mia vaga tristezza.
«Penso che ora, con molta probabilità, cambierà tutto tra di noi.» Ammisi. 
Lo sentii sorridere sulla mia pelle. 
«Solo se vorrai.»
Tesi i muscoli e sospirai un’altra volta muovendomi sul materasso per guardarlo negli occhi.
«Io voglio te, ora e per sempre.» Dissi prima di baciarlo con tenerezza.

Entrai nello studio psichiatrico e salutai la segretaria che qualche ora prima aveva chiamato per ricordarmi dell’appuntamento. Mi accomodai su una poltroncina attendendo che il Dottore terminasse la seduta e chiusi gli occhi stringendo la lettera dentro la mia tasca.
Quando venne il mio turno e fui chiamato all’interno della stanza, mi accomodai al solito posto e attesi che il Signor Adams iniziasse con le sue solite domande cui io puntualmente mi rifiutavo di rispondere.
«Michael, come stai oggi? Cosa hai fatto dall’ultimo nostro incontro, hai chiamato tua madre? Sei andato a trovare Benjamin come avevamo detto avresti fatto? Michael..»
Domande strutturate allo stesso modo per ogni paziente, stesso tono preoccupato e identico disinteresse cui non rispondevo mai.
Incrociai le gambe e mi sistemai meglio sulla sedia spostando lo sguardo fuori dalla finestra. Il vento spostava le foglie secche ancora attaccate agli alberi mentre le nuvole avevano completamente oscurato il cielo.
I libri presenti nello studio erano illuminati dalla flebile luce prodotta dal lampadario sul soffitto, l’aria viziata era riscaldata dal termosifone sotto la finestra e la scrivania del Dott. Adams, posta al centro della stanza, era ordinata in modo quasi maniacale.
«Michael mi stai ascoltando?» Chiese lui catturando la mia attenzione.
Spostai stancamente lo sguardo sui suoi occhi scuri e mi limitai a scuotere la testa in segno di negazione.
Lui sbuffò sonoramente ormai arreso al mio silenzio.
«Se tu non parli, io non posso aiutarti.» Sussurrò incrociando le mani sotto il mento.
Alzai le spalle.
«Cosa cambia? Lei il suo stipendio lo guadagna lo stesso.»
Il Signor Adams rimase perplesso dalla mia affermazione.
«Hai ragione a dire che se tu parli o meno al mio conto bancario le cose non cambiano Michael ma, tu sei in cura da sei mesi perché hai tentato il suicidio ben tre volte e se a te non frega nulla della tua vita a me interessa eccome. Per quanto possa sembrarti strano ed improbabile ho un cuore anch’io e di vedere un ragazzo sveglio e buono come te buttare via la sua esistenza per un capriccio non mi va proprio.» Disse lui alzando il tono di voce.
Rabbrividii alle sue parole e mi avvicinai il più possibile alla scrivania.
«Vuole sapere che mi passa per la testa? Io mi sento in colpa perché se io non avessi aperto quella stupida porta le cose non sarebbero mai cambiate, rivivo quello che ho vissuto con Luke costantemente e mi maledico e mi punisco perché è solo ed esclusivamente colpa mia.» Sibilai a denti stretti. «Che lei abbia un cuore e che provi compassione per me non ha importanza perché io vorrei smettere di pensarci almeno per qualche istante e respirare. Invece lui se ne sta sempre lì, tra i miei pensieri e mi fissa come a volermi ricordare di ciò che è accaduto.»
Il Dott. Adams rimase impassibile al mio sfogo ma corrugò la fronte e m’incitò a continuare per fare in modo che lui potesse finalmente capire.
«Signore, il mondo le trema sotto i piedi ed il cuore le s’infrange al suolo quando osserva l’uomo che ama andarsene via per colpa sua.» Mi limitai ad aggiungere.

«Se ti avvicinerai ancora, finiremo per bruciare insieme.» Ammisi.
Luke si avvicinò di qualche passo.
«Posso sopportare il dolore.» Si giustificò.
Scossi la testa.
«Finirai per distruggerti a stare con me.»
Lui sorrise prendendo il mio viso tra le mani.
«Non m’importa, tu sarai la colla che terrà attaccati i pezzi rotti.»
Chiusi gli occhi.
«Non voglio farti male.» Sussurrai.
«Allora lasciami essere parte di te.» Supplicò prima di posare le sue morbide labbra sulle mie.
Annuii incapace di aggiungere altro e mi allontanai da lui.
Luke mi osservò felice.
«Ti amo.»
Mi prese la mano e mi condusse lento verso la doccia probabilmente per dimostrarmi a fatti quanto realmente tenesse a me.
Ci amammo l’ennesima volta in quella casa solo nostra che sapeva di noi.
Mi arrotolai un asciugamano in vita uscendo dalla doccia e ne afferrai un altro per passarlo a Luke. Diedi lui un altro bacio e mi voltai per andare verso la porta d’entrata dove qualcuno aveva suonato al campanello.
Aprii la porta e mi ritrovai un ragazzo alto dai capelli chiari e gli occhi di Luke e pensai di avere un’allucinazione.
«Tesoro, chi è?» Urlò Lù dall’altra parte dell’appartamento.
Non seppi rispondere alla domanda ma quando Luke si avvicinò alla porta, vidi i suoi occhi congelarsi e il suo sorriso spegnersi.
«È così che mi saluti dal mio ritorno dal servizio militare?» Chiese il ragazzo sconosciuto con un filo d’ironia. «Capisco tu sia impegnato, ma, sono pur sempre tuo fratello.» Aggiunse osservando infastidito dalla mia presenza.
Abbassai lo sguardo e mi spostai per far entrare in casa quell’ospite inatteso senza sapere che da quel momento più nulla sarebbe stato lo stesso.

«La tua penso sia una strana forma di depressione post trauma.» Sentenziò il Dott. Adams.
Alzai le spalle avvolto dalla più totale indifferenza alle parole del dottore, lui stampò una ricetta per qualche farmaco tranquillante nuovo e m’invitò a prendere un altro appuntamento firmando il foglio con le direttive d’assunzione ancora caldo.
Uscii dallo studio con il capo chino e mi fermai dalla segretaria. Più la osservavo più mi ricordava mia madre, gli occhi stanchi ed i capelli corti le conferivano un aspetto vissuto ed antiquato.
«Signora Benson, fissi un altro appuntamento al pazzo depresso.» Ironizzai parlando di me stesso.
La donna sorrise.
«I pazzi non dicono mai di esserlo.»
Risi e annuii all’astuzia con la quale mi aveva aggirato.
«Torniamo al solito ogni due settimane?» Domandai alludendo all’appuntamento col dottore.
«Precisamente.» Confermò.
Mi voltai per andarmene.
«Ciao Michael.» Salutò la segretaria.
«Arrivederci signora Benson.»
«Margaret, mi chiami Margaret.» Disse facendomi voltare. «Mi ricorda molto mio figlio ma lui purtroppo è deceduto tanti anni fa in un incidente, sentirmi chiamare “Signora” mi fa sentire vecchia.»
Aprii la porta, salutai Margaret ed uscii.
Per la prima volta in sei mesi di terapia qualcosa era emerso e mi sentivo quasi violato ma più leggero. Inveire contro qualcuno per sfogarmi mi aveva fatto sentire meglio.
Camminai veloce tra le persone che si accalcavano per le strade di New York per combattere il freddo, evitai ogni probabile collisione arrivando alla metro e attesi paziente che il tram arrivasse per portarmi dall’altra parte della grande città.
Per due anni avevo cercato di non parlare a nessuno di quanto fosse accaduto, avevo provato a dimenticare ogni cosa senza riuscirci e avevo maledetto me stesso per non essere stato capace di cambiare il corso degli eventi. Avrei preferito essere morto invece che condurre una vita piena di rancori, una vita che non era tale, perché mi ero reso conto che io ero lentamente morto dentro da quel giorno e che nonostante il dolore che esso comportava; non l’avrei mai potuto dimenticare, neanche se avessi voluto farlo con tutto me stesso.  

Luke si fermò sul pianerottolo delle scale con un borsone in mano.
«Devo dirti una cosa.» Disse con occhi tristi.
Alzai lo sguardo su di lui senza fiatare.
«È qualcosa che mi tengo dentro da tanto tempo ma mi sto rendendo conto che ormai è inutile continuare a tenertelo nascosto.»
Corrugai la fronte confuso osservandolo scendere lentamente ed avvicinarsi al divano.
«Io ti amo, più della mia stessa vita e più di qualunque altra cosa esistente al mondo.» Disse quasi in un sussurro. «Ti amo da morire ma così io non ce la faccio.»
Mi fermai al centro della stanza con le mani ancora impegnate a sorreggere i piatti sporchi della cena e guardai nel vuoto per qualche istante some se il mondo si fosse messo a precipitare.
«Cosa stai dicendo, cos’è quella borsa?»
Posai lo sguardo su ciò che aveva lasciato vicino al divano e rimasi immobile, inespressivo, gelido come fatto di ghiaccio.
«Mio fratello Benjamin ha mandato la domanda al servizio militare, mi hanno arruolato mesi fa.» Spiegò con gli occhi pieni di lacrime.
Lasciai cadere a terra le stoviglie ed un brivido mi percorse la schiena, inaspettatamente, pensai a tutto quello che avevamo creato, tutte le promesse che ci eravamo fatti l’un l’altro, tutti i bei momenti passati insieme, le liti, i baci, le carezze. Ogni cosa sarebbe diventata solo una nuvola di fumo che si perde nell’aria ed io avrei smesso di vivere.
«Perché?» Chiesi con voce tremante.
Mi sentii un idiota e desiderai poter fermare il tempo.
Chiuse gli occhi, prese un lungo respiro e fece un passo nella mia direzione.
«Quando è venuto qui non era per una visita di cortesia ed io lo sapevo, nella mia famiglia c’è la tradizione che ogni maschio si arruoli nell’esercito ogni cinque anni passando il testimone. Lui è stato via per tanto tempo e quando è passato da New York è venuto a salutarmi perché sapeva che ora sarebbe toccato a me.» Disse avvicinandosi. «Sapeva che non sarei partito perché io mi ero già costruito la mia vita ed è stato per questo che ha mandato la richiesta a nome mio, ma non ne ero certo fino a quando non è arrivata questa lettera.»
Sventolò un foglio di carta e lo afferrai con mani tremanti.
«Perché non me ne hai parlato?» Chiesi con voce rotta dal dolore.
Lui sorrise lasciando che una lacrima gli rigasse il volto.
«Volevo vivere il tempo che ci restava al meglio, amarti senza una data di scadenza perché so che sei sensibile e soffri per ogni piccola cosa, perché i tuoi abbracci mi fanno tremare le costole impedendomi di respirare ossigeno,perché sei forte e ti difendi sempre dal mondo intero ma non da me, perché riesci a farmi stare bene anche se non vuoi perché sei arrabbiato, perché detesti avere ragione ma detesti anche avere torto..» Disse avvicinarsi a me. «..perché se siamo insieme e diluvia, è come se ci fosse il sole, perché non so cosa sia il freddo quando sono con te, perché ogni volta che mi parli sento le farfalle svolazzare nello stomaco..» Continuò fermandosi a pochi passi di distanza «..perché quando mi guardi con quegli occhi meravigliosi divento trasparente, perché mi hai salvato e mi hai donato un motivo per sopravvivere.» Disse tutto d’un fiato guardandomi negli occhi.
Mi sentii confuso, come se il pavimento si fosse messo a tremare e l’aria fosse diventata improvvisamente densa.
«Mi stai lasciando.» Costatai lasciando che le lacrime iniziassero a scendere copiose dal mio viso.
«No, ti sto dicendo che tornerò tra cinque anni e ti sposerò come avevamo deciso di fare perché sei la mia vita e senza di te sono perso.» Soffiò stringendomi tra le sue braccia.
«Promettimelo.»
«Hai la parola di un Marines.»

Scesi finalmente dal tram e, a passo svelto, entrai dal cancello semichiuso che sbarrava la strada. Il silenzio di quel luogo era rotto solo dal fruscio dei miei passi sulla ghiaia, istintivamente strinsi la lettera dentro la felpa e rabbrividii dal freddo. Svariati minuti dopo, arrivai alla sezione che cercavo e mi bloccai all’entrata. Centinaia di piccole lapidi bianche disseminavano il suolo del grande cimitero di New York.
Camminai piano arrivando davanti alla lapide che stavo cercando, per la prima volta mi ero recato in quel luogo pieno di promesse infrante e cuori spezzati. Gli occhi mi si riempirono di lacrime ed io m’inginocchiai di fronte a quella lastra di pietra bianca, un nodo si formò nel mio stomaco mentre le gambe mi tremavano pericolosamente.

LUKE ANDERSON

1983 – 2009

Marines

Caduto con onore in Iraq

Strinsi quel poco che restava dell’erba seccata al suolo tra le dita lasciando cadere a terra la lettera con scritto il mio nome.
«Mi manchi Cowboy.» Sussurrai con voce rotta. «Perdonami se non sono venuto prima ma non riuscivo ad accettare la tua scomparsa definitiva dalla mia vita.»
Osservai la lastra bianca e con i polpastrelli seguii tutte le linee incise su di essa, attesi silenzioso la forza di affrontare qual momento che avevo rimandato fino a non farcela più.
«Sai, sette mesi fa, Benjamin è venuto a bussare alla porta di casa nostra, l’ho accolto come avresti fatto tu nonostante sapessi che era stato lui a portarti via da me e abbiamo parlato davanti ad una tazza di caffè.»
Asciugai una lacrima che lenta mi stava bagnando il volto.
«Avevo lasciato il lavoro al bar da poco perché volevo starmene un po’ per le mie e avevo messo in pausa la vita perché iniziavi a mancarmi seriamente. Era più di un anno che eravamo distanti e trovarsi davanti al viso di tuo fratello così simile al tuo non è stato facile.»
Lasciai che un’altra lacrima rigasse la mia guancia.
«Avrei dovuto immaginare che la visita di Benjamin avrebbe portato brutte notizie ma non volevo pensarci. Prima di andarsene mi lasciò la tua lettera e mi disse che eri prematuramente caduto in un bombardamento in Iraq, mi abbracciò forte e andò via senza dire altro. Piansi e urlai fino a non avere più forze quel giorno.»
Mi sedetti a gambe incrociate sul suolo freddo.
«Smisi di mangiare e provai a fare un mix di medicinali per far cessare il mio dolore ma quando le forze stavano quasi per lasciare il mio corpo Thomas mi soccorse, da quel momento  promise a se stesso che ci saremmo visti ogni giorno. Provai a suicidarmi altre due volte in modi differenti ma non riuscii mai nel mio intento, io volevo stare con te ovunque tu fossi e non potevo accettare l’idea che non avrei più potuto guardare le stelle dai tuoi occhi.»
Afferrai la lettera e la sventolai davanti alla lapide lasciando che dalle mie labbra uscissero piccole nuvole di aria calda che condensava al freddo.
«Non ho mai avuto il coraggio di aprirla, non so cosa tu mi abbia lasciato scritto. A dire la verità non so nemmeno perché io sia qui ora o perché stia parlando da solo in questo cimitero. Sono passati due anni da quando sei partito.»
Chinai il capo nascondendolo tra le mani, forse ero diventato seriamente pazzo e le medicine che mi prescriveva il  Dottor Adams servivano a farmi tornare normale eppure mi rifiutavo di prenderle come mi ero rifiutato di accettare la mia nuova vita da quando Luke era partito. I nostri progetti di vita, i nostri sogni, ogni cosa si era frantumata al suolo lasciando al suo posto solo un vuoto incolmabile.
Presi un lungo respiro, asciugai le lacrime dal mio viso e mi feci coraggio: aprii la lettera.

Amore mio.

Sono ore che sto di fronte a questo foglio bianco pensando a cosa potrei scriverti, ma alla fine mi rendo conto di non saperlo ancora. Non credo di aver mai trovato le parole adatte per dirti cosa sei diventato per me, certi termini non sono ancora stati inventati, so solamente che sei tutto ciò che voglio avere accanto nella mia vita. Con te è tutto bellissimo, mai avrei immaginato che una relazione potesse diventare così bella e così dolorosa nel medesimo istante. Con te ho imparato che il tempo e la distanza sono solo numeri, perché sei riuscito a entrarmi nel cuore nonostante tutto. Mi hai fatto abbassare tutte le difese e sei entrato in me in silenzio, come acqua che filtra dalle pareti di una casa, tu sei filtrato nel mio cuore per trovarne una nuova residenza. Nonostante le nostre liti e le nostre discussioni o le volte che ci siamo allontanati per un po’ l’uno dall’altro sapevo che il nostro legame sarebbe diventato più solido, indistruttibile! Perché Mikey, niente poteva dividerci, niente lo avrebbe fatto se fossimo stati insieme per sempre.
La gente qui in trincea come a casa non capisce, non è capace di comprendere quello che abbiamo, quello che sentiamo. Ma noi si. Sei una persona eccezionale, credimi, anche se mi ferisce che tu non riesca a vedere ciò che vedo io quando ti guardo. Sei bellissimo e non te ne rendi conto, hai un cuore grande che potrebbe contenere tutto il dolore del mondo solo per donare felicità, sei così insicuro per te stesso che mi domando come tu riesca a dare forza e determinazione a me. Sei una creatura rara che il mondo ha creato per fare felici persone come me. Sei il mio tutto e non è la classica frase fatta, è la verità. Alle volte mi domando se io possa davvero meritarti, dopotutto io non sono speciale, a differenza tua.
Non ho mai pianificato niente della mia vita, perché sono sempre stato convinto che la vita avesse già pianificato tutto per me, ma poi sei arrivato tu a stravolgermi tutto: tu mi hai stravolto la vita, e me la stravolgi giorno dopo giorno. Mi hai cambiato e per questo non finirò mai di ringraziarti, mi hai reso quella persona forte che sono oggi dandomi la tua  forza nascosta al mondo, mi hai reso orgoglioso di me stesso perché tu prima di tutti sei stato orgoglioso di me e ci hai creduto. Io mi fido ciecamente di te, non ho dubbi e credo di non averne mai avuti. Per me sei così trasparente, così puro che sembri un libro aperto, anche se tutti sanno che non fai vedere mai le tue emozioni io lo so. 
Quando sono con te, quando ti sto accanto, il mondo per me sparisce, perché il mio mondo sei solo tu ed è eccezionale, magnifico, strabiliante. La scienza non si è mai scontrata con la magia che creiamo tu ed io stando insieme. E sai cosa, tutto ciò è solo nostro. Sei come la voce nei miei pensieri, non sparisci mai e mai lo farai. Sei sempre con me, nel mio cuore. Lo sei anche ora, lo eri prima e lo sarai dopo. 
Ti domandi mai perché il destino ha voluto che tu ed io ci incontrassimo? Perché proprio noi?
Io non so darmi una risposta ma tutto ciò che so è che il mio cuore ti appartiene e che sarà tuo fino alla fine, se la vita ci dividerà, se il mondo o qualsiasi altra cosa dovesse farlo, in qualsiasi posto o momento in cui ci troveremo, io ti penserò e saprò che tu starai pensando a me.
Ti ho fatto molte promesse da quando ci siamo conosciuti, ma so che se tu ora stai leggendo questa lettera significa che io non ce l’ho fatta e che non tornerò più a casa da te per mantenere fede alle mie parole. Perdonami per questo, meritavi che io esaudissi ogni tua richiesta perché mi hai sempre fatto stare bene, anche solo pensando a me ogni tanto e sorridendo. Quindi perdonami, perdonami tutto, perché non sono perfetto, perché non ho saputo combattere e resistere per te, perché non potrò abbracciarti più e perché ti ho permesso d’amarmi. Avevo solo tanti difetti da poterti donare ma ho provato a darti esattamente ciò che ero, senza ritegno o paura perché sapevo che te ne saresti preso cura.
Ricorda solamente che sei stato l’ossigeno che mi ha mantenuto in vita quando l’anidride carbonica invadeva le stanze della nostra casa, sei stato la luce che mi ha cullato nel buio della notte mentre dormivo, sei stato l’angelo migliore che il paradiso abbia mai mandato sulla terra per vegliare persone indifese come me.
Tu sei la miglior cosa che mi potesse capitare in questo inferno di vita e non ci saranno mai abbastanza parole per dirti: grazie di esistere.
Perché tu, tu mi hai salvato, perfino da me stesso.
Sei ciò che di bello è rimasto da vivere.
Abbi cura di te stesso perché così ti prenderai cura anche di me.


Con tanto amore,
Tuo, sempre e solamente tuo.
Luke.

I primi fiocchi di neve della stagione iniziarono a cadere lenti verso la terra coprendo ogni cosa con una coltre bianca e gelida di ghiaccio. Il silenzio attorno a me pungeva le orecchie e le lacrime m’impedivano di vedere qualsiasi cosa si trovasse attorno a me.
Scossi la testa con la rabbia nel cuore stringendomi al petto la lettera.
Se solo Luke avesse potuto vedere cos’ero diventato avrebbe provato la più grande delusione della sua vita. Sarei cambiato, sarei tornato ad essere quell’uomo di cui si era innamorato e avrei realizzato tutti i nostri sogni solo per dimostrargli che anche il mio cuore gli sarebbe appartenuto fino al mio ultimo respiro. Avrei combattuto la guerra che incombeva nella mia vita da solo e lo avrei fatto solo per l’uomo che amavo.
Piegai la lettera mettendola al sicuro dentro la felpa e strinsi nuovamente l’erba nata sulla tomba del mio ragazzo. Respirai a lungo lasciando che la neve congelasse al suolo le mie lacrime fatte di rabbia e dolore.
Con il tempo avrei capito che la sua lontananza non faceva poi così male come credevo e che, in fondo, il mio corpo sapeva riscaldarsi anche da solo, senza il suo.

 

Storia breve disponibile alla lettura anche su Wattpad e su EFP – Fanfic

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