Auschwitz

Sbuffai annoiato incrociando i piedi sulla scrivania. Fuori, la pioggia si abbatteva con violenza al suolo e le nubi avevano oscurato completamente il cielo dando una luce cupa alla giornata. Spostai lo sguardo verso la finestra chiusa cui le gocce s’infrangevano di stravento e pensai che per quel pomeriggio nessuno sarebbe entrato nella mia stanza per domandarmi di fare la ronda nel campo. Pensai alle baracche dove sarebbe entrata l’acqua all’interno e istintivamente pensai a Brunette e al piccolo George. Da quando lo sterminio era iniziato, non avevo più avuto notizie dei miei nipoti e, dall’ultima volta che i miei occhi verdi avevano incrociato quelli scuri dei miei bambini, era passato troppo tempo per pensare che sarebbe potuto succedere ancora.

Presi il libro che avevo posato accanto a me e lo aprii alla pagina piegata per continuare a leggere e per trovare qualcosa cui mi avrebbe distratto dai miei pensieri.

La porta si aprì bruscamente e dallo spavento rischiai quasi di cadere all’indietro.

«Sei un cagasotto, Alex.» Rise Ben entrando nella stanza che condividevamo.

I suoi occhi chiari si posarono sul libro che tenevo in mano mentre i suoi capelli dorati, completamente bagnati, gocciolavano al suolo.

Scossi la testa divertito sistemandomi meglio sulla sedia.

«Hai fatto la ronda?» Domandai curioso.

Lui mi guardò di sbieco.

«No guarda, avevo voglia di prendere l’acqua e sono stato sotto la pioggia per divertimento.» Rispose ironico.

Sbuffai scocciato riaprendo il libro.

«Per oggi il loro inferno è in pausa, il capitano non manderà l’ordine di mietitura con questo tempo, lui vuole assistere a tutte le morti che pianifica.» Spiegò.

Annuii e per qualche istante mi sentii sollevato. Se avessero scoperto quello che passava nelle nostre teste, ci avrebbero fucilato davanti a tutti. Secondo il Fuhrer, noi razza Ariana, dovevamo essere superiore a certe emozioni di pietà. Gli ebrei erano il male e andavano sterminati eppure io, Alexander Sweiz, avevo amato due piccoli raggi di sole con tutta la gioia che un uomo può avere. Mi ero preso cura di loro quando mia sorella era morta di leucemia aiutando mio cognato, avevo dato loro vitto e alloggio per strapparli alla morte e avevo pregato notte e giorno che non li trovassero una volta che io ero stato costretto a partire.

Ben si avvicinò lentamente e ringraziai Dio per avermi mandato quel ragazzo a tenermi compagnia all’inferno.

La settimana successiva al mio arrivo al campo scoprii che avrei dovuto condividere la stanza con un altro uomo. Pensai che lo avrei ucciso nel sonno se solo si fosse azzardato a prendere in giro quei poveri ebrei rinchiusi a pochi chilometri di distanza da dove alloggiavamo noi. Avevo immaginato che sarebbe potuto essere il classico Tedesco superiore, che sa solo pretendere e che crede ciecamente alle parole del Fuhrer. Quando scoprii che il mio compagno di stanza sarebbe stato un certo Benjamin Brown pensai che avrei concesso lui una sola settimana ma, nemmeno qualche giorno dopo il suo arrivo mi scoprì ad aiutare un bambino a fuggire. Pensai sarebbe andato subito a far rapporto al capitano, che mi avrebbe fatto uccidere, invece si avvicinò a me e aiutò in quella folle idea. Dopo quell’avvenimento iniziammo a parlare di tutto e scoprii che anche lui aveva amato un ebreo, che lo avevano ucciso davanti a lui per costringerlo ad obbedire al Fuhrer, che lo avevano picchiato a sangue perché omosessuale, che lui odiava tutta quella situazione e ogni volta che pensava alle sue origini tedesche un conato di vomito gli saliva fino alla bocca. Facemmo un patto quel giorno, promettemmo l’un l’altro che avremmo fatto qualsiasi cosa in nostro potere per aiutare gli ebrei, anche se ciò avrebbe messo a rischio la nostra vita.

Ben si avvicinò a me e, piegandosi in avanti, posò il mento sulla mia spalla e strinse le braccia al mio torace.

Sospirai.

«Che leggi?» Chiese curioso.

Osservai a lungo le pagine del libro.

«Uno stupido romanzo intitolato libertà.» Risposi posandolo sul ripiano.

Lui annuì e si sedette sopra le mie gambe.

Sospirai di nuovo incapace di restare concentrato.

«Che succede?» Domandò lui corrucciando la fronte.

Lo guardai per qualche istante negli occhi perdendomi in quel blu oceano che vi era all’interno.

«Pensavo al lager che hanno vuotato ieri e a quanti altri dovranno morire prima che tutto quest’assurdità possa finire.» Dissi quasi in un sussurro.

Ben si avvicinò e mi prese il viso tra le mani.

«Alex, non è colpa tua.» Mi rassicurò.

Inspirai profondamente.

«Lo so, ma di certo non aiuta essere al servizio di quel mostro.» Risposi chiudendo gli occhi.

Una lacrima rigò il mio volto e mi sentii stupido e tremendamente debole. La mano delicata di Ben asciugò la mia guancia destra.

«Ehi..» Soffio a pochi centimetri dalle mie labbra.

Aprii gli occhi e l’incastrai nei suoi.

«Vorrei solo finisse in fretta tutta quest’agonia.» Spiegai mordendomi il labbro inferiore.

«Anch’io.» Disse sorridendo debolmente.

Posai la mia fronte sulla sua e attesi che la rabbia e il dolore scemassero. Ogni giorno mi sentivo sempre più impotente di fronte a tutto quello che succedeva nel campo, per quanto tentassimo di salvare qualcuno, erano sempre di più quelli che morivano ed io non riuscivo più a vivere con la consapevolezza che in parte era anche colpa mia. Veder morire gli uomini in miniera, le donne e i bambini di fame e di sete, era una tortura. Era come assistere a un macabro musical senza musica. Le vite di uomini normali erano state paragonate a quelle di bestie selvatiche che non meritano altro che la morte. Vivere non era più vivere, era una lotta continua alla sopravvivenza e questo io non lo potevo concepire.

«Puoi baciarmi adesso?» Domandai titubante.

Ben sospirò e posò delicato le sue labbra sulle mie.

Questo era un altro segreto che nessuno avrebbe dovuto sapere, lui era l’unica ragione che ogni giorno mi spingeva a lottare contro la mia stessa nazione per dare libertà a uomini innocenti, era il mio raggio di sole nel buio pesto della follia ed era l’unico pensiero felice che il mondo mi aveva concesso di vivere.

Le luci del mattino invadevano la stanza, ogni cosa all’interno sembrava immobile, le pareti completamente spoglie, la scrivania ordinata, le tende tirate e le coperte sfatte. Ogni cosa ferma, incastrata nel tempo, come se muovendosi avesse avuto paura di essere rotta.

Aprii l’acqua fredda per lavarmi dal tepore del sonno, sciacquai capelli e corpo il più in fretta possibile, m’infilai la divisa facendo attenzione a sistemare bene la svastica sul braccio e mi concessi un sospiro. Una volta pronto aprii la porta della camera e, facendomi forza, uscii senza voltarmi indietro. L’aria fredda del mattino pungeva a contatto con la pelle del viso, la neve disciolta dalla pioggia inzuppava gli scarponi e donava al paesaggio un’aria completamente morta. La macchina mi attendeva a qualche metro di distanza, all’interno il tenente Rolf e Ben aspettavano in silenzio. Mi avvicinai loro con passo pesante e, una volta seduto nel sedile dietro, la vettura partì. Pensai al lager vuoto e al treno che sarebbe arrivato in giornata, per fare spazio al campo avremmo dovuto condurre un’altra mandata di persone alle docce. Avremmo commesso altri omicidi impuniti ed io avrei finito vomitando una volta tornato alla base.

Il pensiero che qualcuno potesse gioire di ciò, mi fece venire un leggero capogiro.

Quando la macchina si arrestò mi ricomposi leggermente e, scendendo dalla vettura, salutai gli altri soldati con il braccio in alto fintamente fiero di seguire il Fuhrer. Entrai nel piccolo ufficio che era situato all’entrata del campo.

«Quali sono le direttive?» Domandai atono.

Il ragazzo che sedeva alla piccola scrivania mi guardò intensamente.

«Il cinque e il dieci sono da svuotare entro sera, il treno in arrivo è più carico di quelli precedenti e il capitano ha espressamente detto che vuole spazio per i nuovi arrivati.» Disse leggendo i fogli posati sul ripiano.

Annuii assimilando le informazioni.

«Sarà fatto.» Mi limitai a rispondere uscendo dalla stanza.

Feci un cenno a Benjamin ed entrammo all’interno del campo di concentramento mentre il tenente Rolf raggruppava soldati e impartiva ordini, spiegai lui le direttive ricevute e analizzammo rapidamente la situazione.

«Io penserò a far andare il due, il nove e il quattro ai lavori.» Iniziò Ben. «Se riesco, cercherò di far evadere qualcuno, tu conduci i tuoi al patibolo e non preoccuparti, andrà tutto bene.» Spiegò. «Nonostante tutte le ingiusti morti che avverranno oggi, forse riusciremo a salvare qualcuno.» Aggiunse stringendomi la mano.

Mi voltai per guardarlo.

«Grazie.» Dissi prima che lui girasse verso destra per andare a completare la sua missione.

Continuai a camminare silenzioso, troppi pensieri vorticavano nella mia testa. Pensai con orrore a ciò che avrei dovuto fare, pensai a cosa mi sarebbe capitato se mi fossi trovato io al posto loro e pensai a Ben. Rivangai i ricordi della mia vita prima della guerra, la mia famiglia improvvisata e la monotona routine giornaliera. Troppe cose erano cambiate da quando ero arrivato in Polonia ed ero certo che tante altre sarebbero dovute cambiare ancora.

Un brivido mi percorse la spina dorsale quando mi ritrovai dinanzi alle camere a gas che avevano tutto l’aspetto di essere docce vere e proprie. Entrai all’interno per verificare che tutto fosse al posto giusto e mi diressi poi nella parte superiore, là dove il gas mortale veniva inserito. Lasciai ordine a un gruppo di uomini di preparare tutto mentre io tornai indietro sui miei passi, vuotai i due lager che mi erano stati indicati e costrinsi loro a entrare nelle docce con forza. Osservai tutti denudarsi e farsi più piccoli al terrore che avevano di me. Raccolsi scarpe e vestiti sapendo che sarebbero andati a qualcun altro e mi sentii sporco, sbagliato. Era come se mi fossi vestito d’indumenti che non mi appartenevano e che erano rappresi di una cattiveria che il mio corpo per indole rifiutava. Un’insana voglia di urlare pervase il mio corpo e lo feci, urlai contro tutte quelle povere persone spaventate che non capivano nulla della mia lingua natale. Scaricai tutte le mie frustrazioni su di loro che non potevano difendersi e che nel giro di pochi attimi sarebbero morti senza nemmeno provare a lottare. Mi arrabbiai con loro perché erano ingenui e dovevano ribellarsi ma che non lo avrebbero mai fatto per paura di essere uccisi perché in ognuno di loro era viva la speranza che sarebbero potuti sopravvivere se solo avessero obbedito senza esitazione.

Uscii dalla stanza chiudendo il portone a chiave e mi sistemai tra il tenente Rolf e il capitano che diede il via al massacro con un semplice cenno della mano. Le urla strazianti all’interno del container invasero le mie orecchie come spilli appuntiti e perforarono il mio cervello nel modo più sbagliato che esistesse al mondo. Attesi paziente che le urla terminassero e, mentre il capitano andava via felice per il massacro appena avvenuto, io rimasi immobile a fissare la porta dalla quale ero uscito, non riuscivo a quantificare che fosse successo davvero.

I soldati addetti alle camere aprirono il portellone in alto per far uscire tutto il gas mentre io mi assicuravo la vita con una mascherina. Una volta che il locale fu ritenuto agibile, entrai all’interno per osservare i visi degli uomini che avevo ucciso. Mandai l’ordine che i cadaveri fossero portati ai forni in modo che fossero eliminate le tracce dell’accaduto. Condussi le carovane personalmente osservando il fumo nero uscire dalle fornaci. Un forte odore di bruciato pervase l’aria facendomi pizzicare gli occhi. Incapace di resistere a lungo mi congedai con il braccio verso l’alto e silenzioso mi feci largo tra i lager completamente vuoti rimasti nel campo e mi avviai verso l’uscita. Arrivai all’ufficio che vi era fuori dal campo ed entrai all’interno per fare rapporto.

«Abiti e scarpe le porteranno i soldati addetti.» Esordii con voce ferma.

Il ragazzino annuì poco interessato.

«C’erano dei morti quando hai vuotato i lager?» Chiese come da prassi.

Io negai e questi mi congedò per appuntare tutto nei registri. Uscii dalla piccola stanza e notai che la macchina che ci aveva condotto lì era pronta a riportarmi alla base. Mi strinsi nella divisa per combattere il freddo dell’inverno e in silenzio mi lasciai condurre fino alla mia stanza. Entrai all’interno come un automa, mi spogliai dagli indumenti e mi fiondai subito sotto la doccia. Aprii il getto di acqua calda lasciando il tepore lavasse via la preoccupazione di non essere all’altezza delle promesse fatte. Ogni cosa stava diventando insopportabilmente sbagliata ed io non riuscivo più a fingere che tutto stesse andando bene. Avevo paura di poter cadere nella corsa interminabile verso la salvezza e di non riuscire più ad alzarmi. Insaponai i capelli e il corpo e sperai che lavando via lo sporco, lavassi via anche il ricordo di ciò che ogni giorno ero costretto a vivere. Volevo sparissero i ricordi delle urla di dolore e dei corpi sciupati dalla fame gettati inermi a terra. Sfregai con forza la spugna sulla mia pelle fino a farla arrossare e bruciare, quando il dolore divenne insopportabile, la feci cadere a terra e mi raggomitolai su me stesso lasciando che le lacrime cadessero copiose sul piatto della doccia. Un modo per risolvere tutto lo avrei trovato.

Strinsi il corpo di Ben tra le braccia cercando di trovare la posizione giusta per dormire. Il treno carico di ebrei aveva tardato per problemi tecnici ed io non riuscivo a tranquillizzare il mio sonno, avevo paura che qualcuno potesse entrare da un momento all’altro e scoprire il nostro segreto. Mi sedetti al bordo del letto cercando di fare meno rumore possibile e rimasi incantato a guardare l’innocenza di Ben cullato dai sogni. Mi vestii rapidamente e uscii dalla camera.

Mi strinsi nella divisa e camminai veloce fino alla base operativa, all’interno quattro soldati malamente distesi sulle poltroncine bevevano birra nell’attesa dell’arrivo del treno e degli ordini del capitano non ancora delineati. Salutai tutti con un breve cenno del capo, a quell’ora di notte non serviva essere troppo professionali.

Mi guardai intorno.

«Ancora nessuna notizia?» Domandai scettico.

Il più lucido dei quattro mi rivolse un’occhiataccia.

«No, altrimenti non staremmo qui con le mani in mano, non credi?» Chiese retorico prendendo un altro sorso della sua birra.

Non risposi per evitare qualsiasi tipo di discussione e mi avvicinai alla radio. Attesi paziente qualche minuto fin quando il sonno non tornò a farsi sentire. Mi alzai silenzioso e mi diressi all’uscita ma, prima ancora che potessi aprire la porta, l’annuncio dell’arrivo del treno mi fece arrestare. I quattro uomini si alzarono velocemente in piedi mentre io li osservavo curioso. Uno di loro corse fuori per andare a svegliare il capitano mentre tutti gli altri iniziavano a muoversi freneticamente da una parte all’altra della stanza.

Io uscii e corsi fino alla camera da letto dove trovai Ben ancora sdraiato.

«Sveglia, è arrivato il treno.» Sussurrai contro il suo orecchio facendolo grugnire. Mi spostai leggermente sul materasso. «Dai, svegliati.» Ribadii più duro.

Lui si rigirò nel letto e aprì un occhio solo.

«Che ore sono?» Domandò confuso.

Sorrisi posandogli un bacio a fior di labbra.

«Tardi.» Risposi vago non conoscendo la risposta.

Lui annuì e si mise a sedere, mi guardò assonnato e si avvicinò per baciarmi. Ricambiai l’iniziativa e, riprendendo fiato, «Dobbiamo andare.» dissi con rammarico.

Ben si preparò in fretta e uscimmo dalla camera correndo verso la base operativa. Da lì a poco sarebbe arrivato un treno pieno di persone innocenti cui la maggior parte sarebbe andata direttamente alle docce.

Mentre tutti i soldati iniziarono a raggrupparsi attorno a noi, strinsi la mano di Ben nella mia per qualche istante facendolo voltare di scatto. Mai c’eravamo permessi di scambiarci certe effusioni in pubblico, sarebbe stato troppo rischioso farlo. Ci guardammo a lungo condividendo quello sguardo complice che solo noi potevamo avere e capendo le mie intenzioni si allontanò da me facendosi largo tra i soldati per dirigersi invisibile verso il campo di concentramento. Ora che tutti erano concentrati per i nuovi arrivi e sapevano che avrebbero dovuto lavorare molto per sistemare gli ebrei, la sicurezza del campo scarseggiava e far evadere i deportati risultava molto più semplice di qualsiasi altro momento. Il rischio di essere scoperti diminuiva, anche se bisognava lo stesso tenere gli occhi molto aperti.

Quando il capitano arrivò, tutti portarono la mano verso il cielo in segno di saluto.

Attendemmo pazienti l’arrivo del treno che si era fatto aspettare con ansia. Iniziammo a separare i nuovi arrivati, dividemmo gli uomini dagli anziani e donne e bambini li raggruppammo da una parte. Il terrore nei loro occhi era come un coltello in pieno stomaco. Le lacrime delle donne che vedevano il proprio marito allontanarsi lasciandole sole mi ricordava il giorno in cui i soldati mi portarono via da Brunette e George.

Fare quel lavoro nel cuore della notte risultava ancora più macabro di quanto già non fosse.

Iniziarono a spostare gli uomini anziani e i bambini molto piccoli, loro sarebbero stati uccisi subito perché completamente inutili a qualsiasi cosa. Li osservai allontanarsi con un gran peso sullo stomaco. Gli altri due gruppi furono spostati dalla base operativa e condotti al campo dove sarebbero stati privati di ogni avere e rasati a zero per evitare infezioni cutanee e pidocchi. Li avrebbero derisi e poi rinchiusi nei lager vuoti sempre se gli uomini fossero riusciti a contenere i propri ormoni senza violentare qualche giovane fanciulla.

Mi fu dato l’incarico di occuparmi degli oggetti personali dei deportati quindi andai al campo a catalogare ogni nuovo oggetto che era stato rudemente portato via al proprietario. I più comuni oggetti apparivano tristi e raccapriccianti ogni volta che venivano catalogati. Ogni bambino veniva privato del proprio pupazzo, ogni donna privata della propria biancheria e ogni uomo del proprio borsello. Tutte le scarpe, tutti i vestiti, tutti gli utensili da cucina, ogni piccolo oggetto potesse raccontare la storia di una singola persona veniva fascicolato e abbandonato tra un mucchio di tanti altri oggetti privi di valore.

Osservai a lungo quel lungo foglio compilato che avevo appena redatto. All’apparenza poteva sembrare una lista di oggetti insignificanti ma per me aveva l’aria di essere una lista di oggetti cui non avrebbero mai rivisto il proprio padrone, erano oggetti che simboleggiavano il rapimento di una libertà e la costrizione a una sopravvivenza impossibile da vincere.

Improvvisamente partirono le sirene d’allarme facendomi irrigidire ogni muscolo dalla paura. Lasciai cadere a terra il coniglietto arancione che tenevo in mano e con le mani tremanti uscii fuori dall’ufficio per scoprire cosa avesse causato il pericolo. Istintivamente pensai a Benjamin e al nostro patto, immaginai lui fucilato a sangue e i deportati bruciati vivi con il suo cadavere. Senza aspettare ordini corsi tra i lager rischiando di perdermi nel buio pesto della notte.

«Benjamin.» Urlai a squarciagola continuando a correre. «Benjamin.» Ripetei in speranza che qualcuno rispondesse.

Mi scontrai con un altro soldato rischiando quasi di cadere.

«Che diavolo sta succedendo?» Chiesi spaventato.

Questi si guardò attorno con terrore.

«L’armata rossa ci aggredisce, ogni prova contro gli ebrei deve essere eliminata.» Rispose prima di correre via.

Sospirai sollevato all’idea che Ben non era stato scoperto ma ripresi a correre quando realizzai che avrebbero potuto ucciderlo da un momento all’altro.

«Benjamin, dove sei, rispondi.» Urlai con tutto il fiato che avevo in gola.

«Qui.» Sentii chiamare con un urlo lontano.

Riconobbi la sua voce e mi catapultai verso la rete laddove avevo sentito provenire la sua risposta. Quando mi avvicinai dovetti sforzare la vista ad adattarsi al buio ma non appena fui abbastanza vicino da poter vedere il mio compagno lo abbracciai stretto al petto.

«L’armata rossa sta arrivando, ora vorranno liberarsi di tutto.» Sussurrai al suo collo.

Lui annuì e slegò il contatto, un velo di preoccupazione si aggrappò alla sua voce quando «Dici che sopravvivremo anche a questo?» domandò curioso in cerca di speranza.

Alzai le spalle.

«Ti aiuto con la rete.» Proferii cambiando discorso.

Iniziammo ad armeggiare con il filo spinato e la rete di ferro per creare un varco da cui i prigionieri sarebbero potuti scappare. Osservai Ben armeggiare con le tenaglie e pensai che qualsiasi cosa sarebbe successa io ora ero felice. Finalmente dopo mesi interminabili qualcuno stava esaudendo le mie preghiere di salvare tutte quelle vite innocenti.

Il suono di uno sparo riempì la notte, ne seguirono molti altri. Non riuscii a capire cosa stesse capitando fino a quando un forte bruciore all’addome non mi costrinse a cadere al suolo. Inevitabilmente cercai la mano di Ben, caduto a terra anche lui.

«Sei stato il mio raggio di sole nel buio e sono felice di aver salvato delle vite con te al mio fianco.» Sussurrai stringendo le dita attorno alla sua mano.

Lui ricambiò la stretta debolmente.

«Scusa se non ce l’ho fatta.» Soffiò prima di lasciare completamente la presa.

Una lacrima rigò il mio viso mentre il bruciore si faceva sempre più potente e straziante. Ora, anche se fossi morto, sapevo che la speranza di un futuro si era fatta più grande e se avessero lottato per la libertà, i deportati sarebbero potuti tornare alla loro vita, anche se, forse, non avrebbero mai dimenticato come si vive all’inferno. La guerra aveva segnato le vite di un’intera popolazione e mai sarebbe cessata di esistere. Pensieri nazisti avrebbero continuato a vivere nel profondo delle persone che avrebbero provato odio nei confronti di perfetti sconosciuti solo per una classificazione di genere e anche se il Fuhrer fosse stato ucciso l’ideale di superiorità di razza sarebbe continuata a esistere per sempre. Le persone sono egoiste e cattive per indole, sta a loro decidere se differenziarsi dal resto del mondo o meno.

Strinsi forte la mano di Ben e, lasciando che la stanchezza pervadesse al dolore, chiusi gli occhi pregando di poter andare in un posto più felice del mondo in cui avevo vissuto per un’intera vita. Lasciai che le forze venissero meno e rimpiansi di non aver urlato al mondo che io non ero un nazista, io non provavo odio.

Il tempo avrebbe ricucito le cose, avrebbe ridato valore agli oggetti abbandonati che erano stati catalogati con noia, avrebbe portato la salvezza ai ebrei sopravvissuti nel giro di pochi mesi, avrebbe reso giustizia a tutti quegli uomini morti senza identità e valori, avrebbe ridato speranza e vita a chiunque lo meritasse e avrebbe reso vivo il ricordo di quanto era successo senza permettere a nessuno di poter dimenticare.


Per me Auschwitz ha un significato molto grande, esso è il luogo più simbolico di tutto l’Olocausto e di tutti i pensieri nazistici che purtroppo, ancora oggi, vivono all’interno di tutte le forme di razzismo e di disgusto che le persone provano le une contro le altre. Sin da quando ero molto piccola ho sempre trovato un gran interesse a questo macabro lato della storia mondiale e ne sono sempre rimasta affascinata in quanto ho sempre ritenuto che un ideale così forte mai potrà essere sradicato dalle menti ottuse. Non esistono “differenze” tra le persone, siamo tutti uguali e con la stessa parità di diritti ma purtroppo, in un mondo civilizzato quale è diventata la terra, più della metà dei suoi abitanti non l’ha ancora capito.


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