Passione Segreta

Sorrisi ai ragazzi seduti di fronte a me e scossi la testa osservandone alcuni appisolati in fondo all’aula, incastrai una ciocca di capelli ondulati dietro l’orecchio sinistro e, alzandomi dal mio angolo di muro, camminai ancora una volta nello spazio tra la cattedra e la platea di persone sedute.

«Capite?»

Mi rivolsi loro alzando una mano verso il filmato appena terminato dietro le mie spalle.

«Tutto questo è comunicazione e scommetto che nessuno di voi ci aveva mai pensato, alle volte le parole possono essere inutili se si fa comunicare il proprio corpo. Chiamateli “assiomi comunicativi”, “psicologia del corpo” o come meglio preferite basta che impariate a darci peso per il futuro.» Spiegai cercando di gesticolare il meno possibile. «Se vi trovaste ad un colloquio di lavoro, ad un appuntamento galante o davanti alla cassiera del minimarket in fondo al quartiere potreste usare molto più della vostra bocca e del vostro “charm” per ottenere un buono sconto sui piselli congelati.»

Qualcuno rise, altri annuirono soltanto, io feci una piccola pausa per riprendere fiato.

«Quello che intendo dire è che anche il vostro silenzio parlerà ma se saprete darci valore qualcosa di buono potrebbe uscirne, cioè non verrete travolti dalle situazioni perché potrete essere consapevoli di quel..»

La campanella decretò la fine della mia lezione impedendomi di portare a termine la frase, sospirai osservando i ragazzi precipitarsi fuori in gran fretta per tornare finalmente ai loro alloggi per la cena. Non cercai nemmeno di ricordare loro la lezione della settimana a venire perché sarebbe stato fiato sprecato, sorrisi tra me e me voltandomi per raccogliere le mie cose. Spensi il portatile e lo misi nella valigetta, staccai la corrente dal proiettore e raccolsi tutti i miei appunti sulla lezione appena sostenuta, mi soffermai a leggere qualche riga che mi ero segnata per controllare di aver detto tutto e infine riordinai i compiti che avrei dovuto correggere per il corso pomeridiano dell’indomani sulle tecniche di ricerca online.

«Bella lezione.»

Mi voltai di scatto sorpresa riconoscendo la sua voce suadente, credevo d’essere ormai sola nella stanza.

«Cosa fai qui? Non dovresti..» Le parole mi morirono in gola.

«Ho finito prima, volevo solo fare un salto per salutarti prima di andare.»

Mark si era posato con le spalle alla balconata, la gamba piegata contro il legno e la testa leggermente inclinata; teneva le braccia allenate conserte sul petto e mi guardava coi suoi penetranti occhi chiari mozzandomi il fiato.  

Prima che potessi aprire bocca per rimproverarlo si avvicinò a me nel suo completo scuro e tenebroso, un passo dopo l’altro accorciò le distanze facendomi palpitare. Mi morsi la lingua e chiusi gli occhi per acquistare nuovamente il controllo dei miei pensieri, fremetti piano quando la sua mano mi sfiorò il fianco fasciato dalla gonna del tailleur blu. Fu un contatto talmente veloce che pensai quasi di averlo sognato o desiderato al punto da crederlo reale, mi morsi il labbro tenendo ancora gli occhi chiusi mentre i suoi capelli lunghi e scuri mi solleticavano il viso. La sua bocca si avvicinò al mio collo ed io strinsi forte tra le mani il piano della cattedra dietro di me per reggermi in piedi.

Con la punta della lingua vi tracciò una breve linea verticale e lasciò un bacio umido poco sotto l’orecchio dove fece passare delicato le labbra.

«Ciao Jenny.» Sussurrò.

Un brivido percorse la mia spina dorsale facendomi fremere e sospirare.

Si allontanò da me costringendomi ad aprire gli occhi per guardarlo, nel suo sguardo ardeva la passione che mi avrebbe condotto dritta all’inferno. 

Sorrisi posando una mano sul suo petto delineato sotto la maglia.

«Ciao.» Farfugliai.

Per quanto provassi ad essere responsabile non riuscivo mai a frenare l’ardore che mi nasceva dentro ogni volta che lui si avvicinava a me, sapeva bene che non avrei saputo resistere al suo fascino e per questo si divertiva a prendersi gioco di me, come se fossi una bambola alla sua mercé o un gioco proibito con cui svagarsi senza farsi scoprire conscio di non potermi avere pubblicamente per tutti gli impedimenti che rendevano la nostra una passione segreta.

«Signorina Sanders è ancora qui?» Chiamò a gran voce il professor Keller dal corridoio.

Spinsi via la fonte dei miei peccati mentre rideva sfilando la mano dall’orlo della camicetta sbottonata di qualche asola e mi ricomposi di tutta fretta.

«Oh eccola, per fortuna.» Borbottò il mio collega in tutta la sua figura attempata: gli anni passati sui libri lo avevano costretto a portare gli occhiali con due spesse lenti, i capelli si erano diradati sulle tempie allungando spaventosamente l’altezza della fronte e la pelle si era ingiallita con il tempo trascorso tra quattro mura chiuse come se fosse stato un’antica enciclopedia dimenticata in libreria. David Keller si tastò il corpo coperto da un elegante giacca di tweed a balze scendendo i gradini dell’aula in cerca di qualcosa ed esclamò un contento “oh” quando trovò il foglietto giusto.

Guardai di traverso Mark che aveva di nuovo incrociato le braccia al petto, lo supplicai con lo sguardo di andare via ma capii che ormai era tardi.

«Salve! Non l’avevo notata.» Sentenziò David Keller posando il suo sguardo sull’uomo accanto a me. «Conosce la signorina Sanders? Non sapevo fosse..»

Ingoiai il rospo e con una buona boccata d’aria mi calai nuovamente nel mio ruolo impedendogli di terminare la frase.

«Non lo è infatti, è stato un puro caso trovarsi qui e stava giusto andando via.»

Posai lo sguardo su entrambi con un falso sorriso sulle labbra per pensare a qualcosa da dire e quasi ebbi un sussulto quando il diretto interessato iniziò a parlare.

«Essendo legato a certe tematiche sono venuto a complimentarmi con la professoressa Sanders per il seminario sulla tecniche di ricerca che ha tenuto la scorsa settimana.»

Senza aggiungere altro si spostò dal mio fianco, si avvicinò alle scale dove aveva lasciato a terra la propria borsa e si voltò a guardarmi con un mezzo sorriso sul volto.

«Beh io ora vado o farò tardi.» Si passò una mano tra i capelli sistemando con l’altra la cinghia della sua tracolla. «Arrivederci professor Keller e arrivederci anche a lei signorina Sanders. È stato un piacere, spero di rivederla presto per approfondire il discorso.»

Si girò per andare via e senza farsi vedere mi fece l’occhiolino prima di uscire dalla stanza.

Potei respirare normalmente solo quando David si ricordò del motivo per cui mi aveva cercato eliminando dai suoi pensieri qualsiasi altra cosa, mentre ascoltavo quanto aveva da dirmi sulle ultime direttive del comitato studentesco per il ballo di fine anno da proporre all’assemblea dei docenti, non riuscii a smettere di pensare a quanto poco ci fosse mancato per essere scoperti con le mani nel sacco. Fingendo interesse per il tema e le scelte dei colori con forti note filosofiche sulle motivazioni mi maledissi per la mia imprudenza, se avessero scoperto la nostra tresca amorosa non solo avrei perso la cattedra ma tutta la mia vita sarebbe crollata a picco e nessuno si sarebbe mai più affidato a me per un qualsiasi lavoro. Essendo la Seattle University una prestigiosa università privata di visione gesuita gli studenti venivano incoraggiati a crescere personalmente e spiritualmente, a testare i loro valori, a sviluppare un senso di responsabilità per se stessi e per la loro comunità imparando a fare scelte etiche nelle loro vite. Di certo nessuno sarebbe stato contento delle mie azioni da professoressa che volontariamente venivo meno al mio ruolo di educatore e di guida per puro piacere carnale per di più sul luogo di lavoro. Eppure più mi arrovellavo per porre fine alla nostra relazione per il bene di entrambi più mi rendevo conto di non riuscire a fare a meno delle sue grandi mani forti a stringermi e della sua lingua velenosa a farmi ridere. Quella che era stata una folle notte di passione era diventata molto più di quanto avessi mai immaginato, bruciando da dentro tutta la buona volontà di cui ero in possesso. Continuavo a ripetere a me stessa che avrei dovuto lasciarlo per permettergli la vita che voleva ma, per quanto la mia morale avesse provato a farlo, sembrava fosse lui a non voler lasciare me. Quando ancora si poteva pensare di porre fine alla nostra relazione illecita senza ripercussioni di vario genere, invece che assecondare le mie scelte mi aveva baciata nel silenzio del mio appartamento, mi aveva spogliata per fare nuovamente l’amore con me e, per la prima volta da quando avevamo iniziato a vederci, aveva passato tutta la notte nel mio letto a dormire stringendomi saldamente a sé quasi a volermi trattenere qualora avessi voluto fuggire. Tutto quello che avevo provato a fare era risultato totalmente vano e alla fine avevo smesso di provare arrendendomi al sentimento che mi nasceva dentro ogni volta che incrociavo il mio sguardo al suo.

«Quindi vorrai occupartene tu o ti sto chiedendo troppo?»

La domanda frenò bruscamente il flusso dei miei pensieri riportandomi alla realtà.

Scossi la testa guardando David.

«Occuparmi di cosa?» Domandai perplessa corrugando la fronte, mi maledissi per la seconda volta nel giro di pochi minuti per non aver dato minima attenzione al suo discorso.

Lui sorrise sistemandosi col dito gli occhiali sul naso.

«Di parlare all’assemblea dei docenti visto che io devo andare fuori città ma forse non avrei dovuto chiedertelo.» Sentenziò con un tono esasperato come se stesse ripetendo per l’ennesima volta al gatto di non graffiare il divano. «Forse non è una buona idea vista la tua situazione attuale.»

Spalancai gli occhi, cosa stava insinuando?

«Ultimamente sei molto assente, sembri stanca e io sono preoccupato.» Gesticolò con le mani verso il mio corpo per cercare di farsi capire meglio. «Dovrei forse rimandare i miei impegni e occuparmene io, tu dovresti prenderti una pausa.»

Sospirai e risi per aver creduto volesse parlare d’altro.

«Sto bene, non ho bisogno di nulla grazie.» Dissi cercando di sembrare carina.

«Credo tu sia giovane per riuscire a gestire tutto il tuo lavoro da sola, qualche settimana di pausa non potrebbe farti male soprattutto ora che le lezioni stanno per terminare.» Insistette con convinzione. «Pensaci sul serio, è un consiglio da amico.»

Annuii dopo un semplice e coinciso “Ci penserò” per evitare che quella bizzarra conversazione potesse andare avanti più del necessario e mi voltai nuovamente verso le mie cose posate sulla cattedra conscia che non avrei mai accettato quella proposta che mi avrebbe lasciato sola con i miei innumerevoli sensi di colpa e avrebbe assottigliato le economie già ridotte del mio conto bancario.

David si avvicinò alle scale per uscire dall’aula e mi salutò intimandomi di dimenticare quanto mi aveva chiesto, rimasi così nuovamente sola con me stessa ed i pensieri presero il sopravvento senza che io avessi controllo su di loro.

Se avessi continuato a camminare sul filo del rasoio sarei sicuramente finita scivolando dalla parte sbagliata e ne sarei uscita particolarmente ferita, non solamente ammaccata. Eppure non riuscivo a capire cosa contasse di più, avrei mai potuto rinunciare a lui per concentrarmi sul lavoro? Avrei accettato una vita fatta unicamente di dolore senza passione? Sarei mai riuscita a perdonare me stessa per quello che stavo rischiando? Avrei mai reso fiera la donna che mi aveva messo al mondo lasciandomi pervadere dall’amore? Domande che continuavano a tormentarmi senza sosta, ogni giorno sempre di più a offuscare i miei pensieri impedendomi di ragionare.

Come un automa mi diressi verso la fermata dell’autobus e tornai in silenzio verso il mio appartamento dove avrei cercato di tenere occupata la mia mente impedendomi di pensare a qualsiasi altra cosa al di fuori del mio lavoro, se non ci fossi riuscita sarei certamente finita per impazzire e non era ancora tra i miei piani a breve termine. 

Quando sentii il campanello del mio appartamento suonare sobbalzai. Guardai l’ora sull’orologio appeso in cucina e mi stupii che le lancette segnassero quasi le due e mezza di notte, correggendo i compiti da riconsegnare per il giorno successivo avevo completamente perso la cognizione del tempo e, fortunatamente, non avevo fatto altro che concentrarmi sul lavoro.

Il campanello suonò ancora, mi strinsi nella vestaglia e andai verso la cornetta accanto alla porta per capire chi fosse anche se già sapevo la risposta. Riconobbi il suo respiro e senza dire nulla aprii direttamente il portone ed accostai la porta d’ingresso ritornando in cucina a prendere un sorso d’acqua col batticuore. Lasciai la luce spenta soddisfatta dalla penombra generata con la luce proveniente dal corridoio, presi un lungo respiro senza smettere di guardare il buio dalla finestra di fronte a me quando sentii i suoi passi decisi sugli ultimi scalini poco lontano dall’ingresso. Mi voltai e sorrisi quando sentii la porta chiudersi alle sue spalle.

Si fermò davanti a me e io lo guardai sorreggendo a mezz’aria il bicchiere, restammo qualche attimo in quella posizione poi lui sogghignò e si avvicinò con passo malfermo probabilmente a causa dei festeggiamenti della serata. Un brivido mi percorse la schiena quando mi prese con forza tra le sue braccia e posò le labbra sulle mie con avidità, aprii istintivamente la bocca per fare spazio alla sua lingua e mi lasciai sfuggire un gemito di piacere quando morse con delicatezza il mio labbro inferiore. Qualsiasi cosa avessi pensato di fare per il nostro bene non sarebbe servita a farmi trattenere dall’impulso di avvinghiare la mia carne alla sua quella notte.

Mi sollevò la camicia da notte di raso stritolandomi una natica ed io mi accostai a lui col bacino inarcando leggermente la schiena.

«Sei mia.» Mugugnò afferrandomi con le sue forti braccia e facendomi sedere al bordo del lavandino.

Non riuscii a pensare ad altro che a lui, niente in quel momento aveva più senso.

Infilai una mano tra i suoi capelli e baciai il suo collo con passione, sentii il desiderio crescermi dentro come un fuoco che mi consumava lentamente. Incastrai il suo corpo tra le mie gambe e gli tirai leggermente i capelli per poterlo guardare negli occhi, come posò lo sguardo nel mio avvampai sentendo la testa improvvisamente leggera e frastornata. Allungai le mani alla sua cintura mentre lui non distoglieva lo sguardo dal mio, mi posò le mani grandi sulla schiena e con un movimento veloce diventammo una cosa sola. Amandoci con violenza nella cucina. In quel momento capii con certezza di essermi totalmente ed irrimediabilmente innamorata di una persona che mi stava facendo vivere per la prima volta in tutta la vita: profondamente, interamente, senza limitazioni o regole mi ero ceduta a qualcuno che era disposto a prendermi senza discussioni o senza rimorsi.

Mentre lo tenevo stretto a me e lui mi amava con affondi regolari nessun turbamento riuscì più a preoccuparmi, le ansie del futuro scomparvero lasciando unicamente il suo odore a invadermi la narici e il desiderio a riempirmi dal basso. Se anche avessi voluto liberarmi da questo rapporto che ci stava legando non sarei comunque più stata in grado di accontentarmi della vita monotona che conducevo prima di perdermi in due iridi glaciali velate di desiderio.

Gemendo piano capii di voler continuare a vivere quelle emozioni che erano per me come una droga di ottima qualità, un elisir di eterna giovinezza per il quale avevo barattato l’anima al diavolo.


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